Richard Wright – Man, God Ain’t Like That

Scritto nel 1953, Wright sceglie la forma dialogica, molto leggera, e il tono dell’ironia e del sarcasmo. Il tema dello sfruttamento economico è marginale, i bianchi fanno lavorare un ragazzo nero, ma è un problema secondario, si affronta la difficoltà di un uomo colonizzato. I personaggi bianchi americani, dopo essere stati a Parigi per un breve periodo, si trasferiscono in Africa dove trovano la cultura Shanti. Una coppia in crisi senza figli è la protagonista, è un rapporto che mostra difficoltà, l’uomo è un artista in crisi, dipinge paesaggi ma la sua vena artistica è finita.

Queste due persone, John ed Elsie, decidono quindi di trasferirsi per un po’ di tempo in Africa, sia per ritrovare l’ispirazione perduta sia per allontanarsi dall’amante di lui, Odile Dufour. Un giorno, mentre si trovano in viaggio in macchina, scoppia un violento temporale e John, anche a causa della visibilità limitata, investe un ragazzo nero del posto, di nome Babu, che stava andando in città in cerca di lavoro. Il ragazzo rimane ferito e i due coniugi decidono di caricarlo in macchina e portarlo da un dottore. Babu sta sanguinando e chiede scusa di ciò a John e d’Elsie, perché sta sporcando la loro macchina. Dopo essere stato curato, Babu viene assunto dai due come domestico.

Babu è il protagonista africano e ricorda il nome del “Benito Cereno” di Melville; è un personaggio che sembra sereno ma che poi tira fuori una carica violenta. Si fa riferimento a delle ossa sbiancate del padre di Babu, anche in Melville se ne parla ma sono le ossa del proprietario della nave ucciso. Per questi motivi è un racconto che ci rimanda a temi trattati da altri autori. Il nome del bianco, Franklin, è molto importante perché ricorda lo scrittore, scienziato e uomo politico Benjamin Franklin, il quale non faceva distinzioni di razza.

Il racconto si svolge in Africa, la seconda parte è ambientata a Parigi.

Babu vede John come Gesù Cristo, anche perché ha gli occhi azzurri e la barba rossa (perché, Gesù aveva gli occhi azzurri e la barba rossa? Nda). John ed Elsie portano Babu con loro a Parigi. All’aeroporto c’è un loro amico ad aspettarli, Marcel, ma nella sua macchina non c’è posto, perciò Babu viene mandato in taxi, con la cesta contenente le opere di John, che nel frattempo aveva ritrovato l’ispirazione. Babu però sparisce e la polizia indaga sulla sua scomparsa. Viene aperta la sua valigia, nella quale vengono ritrovati i suoi vestiti, una bottiglia di vino, una bibbia, un libro degli inni, le ossa del padre ed un coltello.

C’è un discorso ironico sul colore della pelle di Babu: una rosa nera che emette bagliori di fuoco. Babu parla di sé in terza persona, il suo non è un dialetto ma è una lingua del tutto finta, nella seconda parte del testo Babu parla da “baby – talk”, che è una specie di balbettio infantile. Babu, che ispira l’artista, fin dall’inizio si esprime cantando inni religiosi che hanno un unico tema comune: Cristo e la croce, perno dell’ideologia di Babu è il sacrificio. Cristo redentore diventa il suo padrone bianco, Babu non ha gli strumenti culturali per capire la dottrina cristiana. Babu è stato allevato dai missionari, è un metodista, ma è legato alla sua religione tribale, ricorre agli stregoni e non ai dottori bianchi, in Africa si limita a sacrificare i polli al padre morto. C’è una descrizione riduttiva della credenza religiosa africana e la perdita di radici culturali a Parigi. Per Babu la morte del padre è solo fisica, in realtà l’anima del padre vive ancora. Babu nella sua fase africana è un africano sradicato dalla sua cultura, è acculturato perché ha già avuto dei contatti con gli uomini bianchi; nel momento in cui Babu incontra i bianchi li tratta in modo immediato, lui è un nero e tratta i bianchi come se fossero Dio. Il racconto cambia quando Babu va a Parigi (Richard Wright si era trasferito a Parigi nel 1947, nel racconto tratta il rapporto tra colonizzati e colonizzatori sia in Africa che in Europa). Il dialogo tra Babu e Franklin è uno scontro culturale sul concetto di relativismo religioso; Babu identifica il potere dei bianchi con quello di Dio, vuole che Dio sia bianco e se ne vuole impossessare. Nel momento di passaggio sull’aereo dall’Africa a Parigi vediamo queste convinzioni religiose di Babu: Dio fa volare i bianchi, ha permesso la costruzione dei palazzi dei bianchi e fa vivere gli africani in capanne. Portare un africano a Parigi è una novità, per il bianco è come portarsi un ricordo dall’Africa. Quando Babu scompare la coppia denuncia la sua scomparsa alla polizia e apre la sua valigia che contiene i simboli delle radici africane che Babu butterà via quando si converte alla società bianca: il libro degli inni, la bottiglia di vino, le ossa del padre. Babu riappare nel momento in cui l’artista sta per avere la sua mostra, annuncia che è trasformato, è stato per un mese nella jungla dei bianchi(= la società bianca) e si è impadronito della loro religione abbandonando la sua religione tribale. Girando le strade della città dei bianchi Babu vede un quadro in cui il suo padrone bianco sembra Gesù e per lui Franklin è davvero Cristo. Alla fine Babu uccide il suo padrone ed è completamente colonizzato. La fine ironica si volge a Parigi dove i poliziotti francesi hanno fatto indagini, Babu è stato prosciolto, è tornato nella sua tribù. I poliziotti pensano che l’omicidio sia stato commesso da un’amante di John, ma in realtà è stato Babu, che, avendo identificato John con Gesù, ritiene necessario un suo sacrificio.

Babu vuole organizzare un nuovo culto religioso, ma non gli si riconosce intelligenza e capacità di agire come i bianchi. I poliziotti alla fine cercano una donna perché pensano che sia stata un’amante gelosa ad aver ucciso Franklin. Wright usa il sarcasmo per trattare problemi molto gravi.

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