Ann Petry – Doby’s gone

Non pubblicato in vita, è un racconto ambientato nel nord, nel Connecticut, parte apparentemente libera da stereotipi razziali. Per una volta è a lieto fine; il razzismo è affrontato da una bimba nera di sei anni, Sue, cresciuta da condizionamenti, nel senso che esiste il bianco e il nero ma uno non è più accettabile dell’altro. L’esperienza le insegna qualcosa di diverso, subito l’inserimento nella scuola è difficile perché i bimbi bianchi reagiscono male nei confronti di Sue perché è così che gli viene insegnato dalla loro società. Sue supera i condizionamenti razziali, non abbiamo una spiegazione, ma lei reagisce in un modo così libero da condizionamenti che si conquista e diventa una loro amica. La maestra non è razzista e la madre di Sue è convinta che sia una situazione in cui ci sono barriere razziali superabili. C’è un rito di passaggio: Sue non è ancora autonoma, ha un amico immaginario, Doby, con il quale si difendono a vicenda, ma del quale si libererà in mod traumatico. Attraverso il confronto con gli altri (che le dicono di essere “black”, ma è uno stereotipo, lei è “brown”). Sue prende coscienza della sua individualità senza più bisogno di Doby e del suo sdoppiamento di personalità.

È il racconto meno complesso e meno problematico, ci sono diversi modi di affrontare il problema razziale; Sue riesce a gestirsi da sola contro l’oppressione razziale senza l’aiuto degli adulti. All’inizio non ha gli strumenti per capire quello che le sta succedendo, poi reagisce come una bimba, non con il dialogo ma con la forza fisica rappresentata dalla rissa. Gli adulti percepiscono quello che succede. Alla fine Sue prende coscienza del fatto che Doby è andato via, grazie a questo ha inizio la sua socializzazione nella comunità.

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