Tesario d’esame – Economia dello sviluppo

a cura di Federico Rubini

1. Definizione d’economia e d’economia dello sviluppo.

Economia: scienza sociale (non è una scienza esatta) che ha come obiettivo di individuare le uniformità nell’attività umana che consistono nel cercare la miglior utilizzazione di risorse economiche che si dicono scarse perché disponibili in quantità limitata. È quindi la scienza che si applica alla ricerca del miglior utilizzo fra risorse scarse suscettibili d’usi alternativi.

Bene economico: un bene che esiste in quantità limitata.

Questo tipo di scienza si applica a delle unità, a dei sistemi (economia italiana, economia europea, economia mondiale).

L’economia dello sviluppo consiste nella branca più ricca dell’economia, perché si serve di strumenti che provengono da diverse discipline di varia estrazione, dall’economia alla politica, dai trasporti all’ambiente. È anche una branca dell’economia che pone diversi interrogativi: è meglio prima distribuire meglio la ricchezza e poi aggiornare i mezzi di produzione o viceversa? Ecc…

Si ha a che fare con gli uomini, perciò è necessaria una conoscenza etnoantropologica fondamentale. Un approccio limitativo porterebbe a risultati insoddisfacenti.

Dopo la seconda guerra mondiale ci si rende conto che ci sono pochi paesi ricchi e molti paesi poveri ex coloniali. Lewis nel 1980 definisce i paesi sviluppati distinguendoli da quelli sottosviluppati in base al reddito. Ma così facendo si sono contrapposte due realtà ed è venuto fuori un giudizio di valore, e si pensava che un paese sottosviluppato potesse svilupparsi solo imitando ciò che era stato fatto nei paesi più avanzati. Il primo passo fu fatto liberando gli scambi internazionali di merci, pensando che così si sarebbero distribuite meglio le risorse. Questo, invece, ha accentuato le differenze (forbice) tra nord ricco e sud povero.

Con l’affermarsi delle teorie materialistiche l’assetto dei fattori della produzione diventa fondamentale. Il pensiero anglosassone è di tipo utilitaristico, perché considera importante non ciò che si sa ma ciò che si sa al fine della produzione. Questo porta in primo piano la tecnologia che diventa il fattore discriminante tra paesi ricchi (sviluppati) e paesi poveri (sottosviluppati).

2. Reddito e prodotto nazionale

Per poter capire cosa sia il prodotto nazionale è necessario chiarire il concetto di prodotto interno, che è il valore stimato di tutti i beni e servizi prodotti sul suolo nazionale e che può essere netto o lordo (PIN o PIL). Il prodotto nazionale comprende invece i beni ed i servizi prodotti da cittadini o imprese nazionali che si trovano all’estero. È importante a questo proposito saper distinguere un bene di consumo da un bene strumentale. Un bene di consumo è un bene la cui utilità si esaurisce in un singolo atto produttivo o comunque in un numero limitato di atti produttivi (ad esempio le sigarette, il pane, lo spettacolo cinematografico…). Un bene strumentale, invece, è un bene che diventa strumento per la produzione di altri beni, e la cui vita utile non si esaurisce nel singolo atto produttivo (ad esempio il trattore, il bulldozer o il telaio…). Anche il bene strumentale può comunque subire un logorio (la così detta “depreciation”), ed entrerà quindi in vigore l’ammortamento. Se si tiene conto della “depreciation”, si avrà a che fare con il prodotto interno lordo, altrimenti si parlerà di prodotto interno netto.

In corrispondenza del prodotto totale si avrà sempre un reddito nazionale: per convenzione si dice che il prodotto nazionale di un paese è pari al suo reddito nazionale. Ciò si può spiegare attraverso un ragionamento: tra una famiglia ed un’impresa ci sono un flusso reale ed un flusso monetario: il flusso reale va dalle famiglie alle imprese, viceversa il flusso monetario andrà dalle imprese alle famiglie (si tratta dei salari). C’è anche un flusso reale che va in senso opposto, dalle imprese alle famiglie (ciò significa che le imprese offrono alle famiglie dei prodotti) ed un altro flusso che a sua volta v adalle famiglie alle imprese (cioè i soldi servono per pagare quei prodotti).

4. Definizione di sistema economico. L’economia di mercato capitalista. L’economia dirigista di tipo sovietico. L’economia di mercato socialista.

Un sistema economico si può definire come un insieme d’istituzioni, di radicati modi di pensare che soprassiede al funzionamento di soggetti e d’unità che agiscono economicamente in un certo insieme.

Quando parliamo di sistemi economici si hanno due possibilità: possiamo in pratica parlare di sistema economico reale o di modelli astratti di sistema economico. Inoltre, per individuare un sistema economico è necessario porsi due domande. La prima riguarda chi è che possiede la proprietà dei mezzi di produzione: per quel che riguarda l’Italia, abbiamo un sistema di tipo capitalistico, poiché i mezzi di produzione sono in mano prevalentemente ai privati; in Corea del Nord, invece, si ha un sistema di tipo socialista, poiché i mezzi di produzione sono gestiti dallo stato.

La seconda domanda da porsi riguarda quale meccanismo coordina l’azione dei soggetti che fanno parte del sistema economico. I soggetti economici che si muovono in un sistema economico possono essere di due tipi: agenti economici e unità economiche. Un’unità economica è un gruppo d’individui (ad esempio una famiglia, un’impresa o un sindacato), organizzati per un fine economico; un agente economico, invece, è un soggetto che adempie qualche funzione economica.

Importante è anche il meccanismo di coordinamento dei soggetti, che può essere principalmente di due tipi, cioè ci si può affidare al meccanismo del mercato (ed in questo caso i sistemi economici saranno coordinati dai prezzi), oppure ci si può basare sul principio della decisione dall’alto (vale a dire sul dirigismo).

Quando il meccanismo di coordinamento dei soggetti è di tipo dirigista, allora nella maggior parte dei casi si avrà a che fare con un’economia di tipo socialista; allo stesso modo quando ci si troverà di fronte ad un’economia di mercato, si avrà per lo più un’economia capitalista. In passato, però, ci sono state delle eccezioni storiche, come ad esempio in Germania, dove la famiglia Krupp, durante il Terzo Reich, manteneva il controllo delle proprie industrie, ma nel corso della seconda guerra mondiale gli ordini arrivavano dall’alto, quindi si aveva un’economia capitalista di tipo dirigista.

6. Nascita dell’economia dello sviluppo. Il paradigma della modernizzazione.

Per assistere alla nascita dell’economia dello sviluppo è necessario tenere presenti alcune importanti condizioni storiche.

Innanzi tutto, nel secondo dopoguerra le grandi potenze coloniali (e quindi Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio e Portogallo) rinunciano ai loro imperi, talora mediante passaggi graduali, talora in modo decisamente più brusco, cioè in seguito a conflitti lunghi e sanguinosi.

Come conseguenza, i nuovi soggetti statali si fanno portatori delle esigenze dei rispettivi popoli.

Un’altra area nella quale si favorisce la nascita di teorie dello sviluppo è l’America Latina. Intorno agli anni 30 questi paesi sono vittime di una profonda crisi economica, che favorisce il formarsi ed il diffondersi di partiti nazional – populisti. Essi rivendicano l’indipendenza dalle potenze industriali e si fanno portatori delle richieste del nascente proletariato e della piccola borghesia.

Un terzo elemento da ricordare è l’esempio dato dall’Unione Sovietica ai paesi usciti dal conflitto mondiale con difficili problemi di ricostruzione: l’Unione Sovietica, infatti, aveva portato avanti negli anni 30 un processo d’industrializzazione accelerata secondo piani quinquennali.

È molto importante ricordare anche la nascita della moderna contabilità nazionale, con l’elaborazione di metodi per misurare il prodotto di un paese che consentono di confrontare le disparità economiche tra paesi diversi. In questo modo si è potuto quantificare il divario tra paesi “avanzati” e “arretrati”. I dati emersi sono risultati sconcertanti: nell’immediato dopoguerra, ad esempio, in Asia si aveva il 53% della popolazione mondiale, ma ad essa toccava solo il 10.5% del reddito calcolato per tutto il mondo, con solo 50 dollari pro capite. L’America settentrionale (Stati Uniti e Canada), invece, aveva il 9% della popolazione mondiale, ma si appropriava ben del 43.6% del reddito totale, godendo di una media pro capite di 1100 dollari.

Pur tenendo conto dell’incompletezza dei dati e dell’imperfezione dei calcoli, emergeva un quadro di grandi disuguaglianze, di un mondo diviso tra ricchi e poveri.

Infine, è importante ricordare la “General Theory” di Keynes, secondo il quale il capitalismo era visto come un problema e non come un presupposto della ricerca economica.

Tra le diverse parti del mondo, quindi, esiste un gran divario per quel che riguarda le condizioni economiche. La constatazione di questo fatto porta gli economisti a riflettere su due problemi molto importanti: che cosa à mancato a tutti quei paesi sottosviluppati per raggiungere lo stesso livello di quelli sviluppati e lungo quale percorso si dovrebbero muovere questi paesi sottosviluppati per colmare il divario che li divide dai paesi più avanzati.

Nell’analisi della maggior parte degli economisti, lo sviluppo è un’evoluzione continua e necessaria. In quest’ottica è importante ricordare il modello degli stadi di sviluppo economico di Rostow. Secondo questo modello ogni società si evolve passando attraverso cinque stadi: il primo è quello dell’economia agricola tradizionale, caratterizzata da bassa produttività e da bassi livelli di risparmio e investimento. Nel secondo stadio si forma una nuova mentalità, infatti, aumentano risparmio, investimenti e produttività agricola, e si afferma un governo nazionale che promuove i trasporti e le comunicazioni. In questo modo, si determinano i presupposti del terzo stadio, quello del take-off (decollo), nel quale sono rimossi gli ostacoli che impedivano lo sviluppo. Nel quarto stadio, ormai, uno dei settori è emerso come settore trainante, e la società si trova in uno stadio che potrebbe essere definito della maturità. Il quinto e ultimo stadio è quello della produzione e del consumo di massa, stadio nel quale un paese raggiunge livelli di ricchezza tali da consentirgli vari tipi d’investimenti.

Questo modello è spesso visto come un modello di modernizzazione, ossia come un processo di cambiamento verso quei tipi di sistemi che si sono sviluppati in Europa occidentale e nell’America settentrionale dal XVII al XIX secolo.

7. Le alternative: teorie dell’imperialismo e della dipendenza.

Le teorie dello sviluppo che si possono ricondurre al paradigma della modernizzazione implicano tre principali assunzioni: la prima è che sviluppo e sottosviluppo sono stadi lungo un’ideale linea evolutiva dell’umanità, attraverso i quali le diverse parti del mondo passano in tempi diversi, indipendentemente una dall’altra; la seconda afferma essenzialmente che ciò che è moderno è buono, ciò che è tradizionale è cattivo; la terza afferma che svilupparsi per un paese sottosviluppato significa diventare più simili ai paesi occidentali.

Questi presupposti non sono sempre tutti presenti nelle teorie dello sviluppo, e neppure il paradigma che essi definiscono è incontrastato. Infatti, ci sono due importanti impostazioni di tipo paradigmatico che vanno ricordate: la teoria dell’imperialismo e la teoria della dipendenza.

La teoria dell’imperialismo applica, all’analisi del capitalismo contemporaneo e dei rapporti tra i paesi capitalisticamente sviluppati e quelli sottosviluppati, il concetto d’imperialismo elaborato all’inizio del secolo da Hobson, Lenin e Bucharin.

Secondo Lenin, la molla che fa scattare l’espansione coloniale si ha quando all’interno il capitale non trova più un investimento redditizio e la crescente scarsità di materie prime rende sempre più acuta la caccia alle loro sorgenti e la lotta tra le diverse potenze per il loro controllo.

La teoria dell’imperialismo rappresenta un ostacolo insormontabile allo sviluppo delle aree arretrate per almeno tre motivi. Innanzi tutto perché è il conflitto tra paesi sviluppati e sottosviluppati che determina le diverse misure economiche e politiche con le quali le maggiori potenze controllano le proprie attività e controllano a proprio vantaggio le attività dei paesi sotto la loro influenza. Il secondo motivo è dato dalla debolezza delle economie arretrate sul mercato mondiale e la loro conseguente impossibilità di competere con le economie sviluppate. In base al terzo motivo, infine, il sistema capitalistico non è più la forma d’organizzazione dell’economia che consente il massimo sviluppo delle forze produttive a livello mondiale.

La teoria della dipendenza, invece, definisce la dipendenza come condizione caratterizzante i paesi sottosviluppati rispetto a quelli sviluppati. Essa ha origini più recenti di quella dell’imperialismo, infatti, in essa confluiscono indirizzi di ricerca promossi nell’immediato dopoguerra dalla commissione economica dell’ONU per l’America Latina (CEPAL) e altri d’impronta variamente marxista. La tesi centrale della teoria della dipendenza è che sviluppo e sottosviluppo sono fenomeni connessi tra loro e che il rapporto tra le due parti del mondo, cioè sviluppati e sottosviluppati, è un rapporto di dipendenza. In una situazione di questo tipo l’economia di un paese si sviluppa o si contrae come riflesso degli andamenti dell’economia d’altri paesi che occupano una posizione dominante. Il limite di questa teoria è dato dal fatto che nessun paese può dirsi completamente indipendente dagli altri, quindi la dipendenza è una condizione che si presenta per tutti, seppur in gradi diversi; inoltre, la teoria della dipendenza non è in grado di indicare un percorso per i paesi sottosviluppati.

8. Modo di produzione e formazione sociale

Con i termini “modo di produzione” e “formazione sociale” si definiscono dei concetti ottenuti mediante un processo d’astrazione e generalizzazione, che ci descrivono il possibile modo d’essere e divenire dell’insieme delle attività economiche o degli insiemi delle diverse attività sociali.

Il concetto di modo di produzione comprende gli oggetti che fanno parte delle condizioni materiali dell’esistenza: dunque, i mezzi di lavoro, le conoscenza, le esperienze e le abilità dei soggetti che li usano; in pratica quelle che Marx chiamava “forze produttive”.

Il concetto di formazione sociale, invece, definisce l’insieme delle attività sociali, di quelle economiche e di tutte le altre nelle quali gli uomini entrano tra loro in rapporti che sono definiti in termini di consanguineità o parentele, di potere o dominio e così via.

Accogliendo i concetti di modo di produzione e formazione sociale è possibile inquadrare i processi di mutamento secondo un’ottica profondamente diversa da quella propria dell’etnocentrismo e del paradigma della modernizzazione.

9. Il mondo precapitalistico: Modi di produzione

Prima che avesse inizio l’epoca moderna, vale a dire prima della scoperta dell’America, il mondo poteva essere visto come un grande arcipelago, con molte isole, grandi e piccole, collegate tra loro da rapporti sporadici e difficili.

Le tre formazioni sociali più importanti erano la società comunitario – tribale, la società tributaria e la società feudale.

Le società comunitario – tribali sono fondate sui rapporti di parentela e sono tipiche dell’Africa subsahariana, della futura America e dell’Oceania. Le attività economiche prevalenti sono la raccolta, la caccia, la pesca, l’agricoltura e l’allevamento. La terra è libera, gli strumenti della produzione sono semplici, tanto da poter essere fabbricati da chi li usa, nella maggior parte dei casi. L’economia è finalizzata all’autosussistenza e il sovrappiù affluisce ad un fondo comune per essere ridistribuito in caso di necessità.

Le società tributarie sono prevalenti in Asia ed in America Centrale, ed hanno una società più complessa. Sono organizzate in grandi regni ed imperi (ad esempio la Cina, l’India, il Messico degli Aztechi e l’Impero Incarico) la cui unità è personificata da un sovrano spesso ritenuto di discendenza divina. Spesso le regioni dove si formano questi stati sono attraversate da grandi fiumi o da catene montuose, e altrettanto spesso si assiste a guerre di conquista o di difesa tra stati. Anche qui l’attività economica prevalente è l’agricoltura, della quale vive la maggior parte della popolazione.

Il terzo tipo di società è quella feudale, tipica dell’Europa. L’Europa stava uscendo, nel XV secolo, da un periodo di profonda depressione economica. Il modo di produzione tipico del medioevo è proprio quello feudale, sorto dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Anche in questo modo di produzione, l’attività economica prevalente è l’agricoltura, che occupa la stragrande maggioranza della popolazione. La struttura dei rapporti sociali ha una forma gerarchica, quasi una piramide, che vede al vertice l’Imperatore o il Re, e che è basata sull’investitura: il Re trasferiva e investiva di certi poteri i nobili, i quali facevano lo stesso con i Vassalli e così via.

Tutte e tre queste realtà del mondo precapitalistico sono chiamate, nella terminologia del paradigma della modernizzazione, “Economie tradizionali”, poiché, in tutte, l’attività economica prevalente è basata sulla terra, le tecniche impiegate sono semplici, utilizzano prevalentemente l’energia umana o animale e il fine essenziale della produzione è, per lo più, l’autoconsumo.

10. Il mondo capitalistico: le caratteristiche del modo di produzione capitalista.

Una delle caratteristiche più importanti dell’economia capitalista è data dall’incessante rivoluzionamento delle forze produttive e dalle periodiche modificazioni delle tecniche. Il modo di produzione capitalista provoca cambiamenti negli altri livelli dell’attività sociale, ed è a sua volta influenzato dalle loro trasformazioni. Esistono comunque alcuni aspetti che persistono nel tempo e che permettono di individuare una realtà economica capitalistica.

Il modo di produzione capitalista è caratterizzato del dominio di una classe (la borghesia) su un’altra classe (il proletariato). Attraverso un processo durato secoli, la gran parte della popolazione attiva, soprattutto coltivatori della terra e artigiani, era stata privata della proprietà della terra, delle macchine e del denaro necessario ad avviare un’attività di produzione indipendente. Queste persone, quindi, disponevano solamente della capacità di svolgere un lavoro, semplice o complesso. Tutte queste persone, cioè i proletari, devono vendere la loro forza lavoro agli imprenditori capitalisti in cambio di un salario.

Un’importante svolta avviene nella seconda metà del ‘700, quando in Inghilterra ha inizio la rivoluzione industriale, che porta all’introduzione di macchine che sostituiscono il lavoro e lo rendono più produttivo. Nel corso di questo processo, le innovazioni modificano profondamente il processo produttivo, il lavoratore, infatti, diventa subordinato alla macchina.

Inoltre, mentre nei modi di produzione precapitalistici il mercato aveva una funzione marginale, nel capitalismo il mercato diventa il tramite principale dei processi di scambio, di produzione, di distribuzione e d’investimento. Ci troviamo di fronte ad un’economia monetaria: la moneta non è più soltanto il mezzo per facilitare gli scambi delle merci, ma il risultato del processo economico complessivo. Nell’ottica del mondo capitalistico è molto importante il sovrappiù, che assume la forma di plusvalore; ciò che mette in moto il processo economico è quindi la produzione di plusvalore.

Nel modo di produzione capitalistico le classi sono definite secondo il loro rapporto con i mezzi di produzione, e più precisamente con il capitale. In particolare, il potere dei borghesi dipende dal loro possesso di capitale ed è maggiore quanto più il capitale e grande. Di qui l’impulso che induce all’accumulazione, cioè alla trasformazione del profitto in nuovo capitale.

I capitalisti devono fronteggiare la richiesta di più elevati salari da parte dei lavoratori e devono combattere la concorrenza degli altri nei mercati dove vendono i loro prodotti.

È importante anche ricordare il ruolo svolto dal finanziere e dalle banche, che forniscono la moneta e creano il credito.

11. Il sistema mondiale: centro, semiperiferia, periferia

Nelle epoche precedenti a quella moderna, nel mondo convivevano diversi modi di produzione. Con l’avvento dell’età moderna, però, il capitalismo si estende sia in Europa sia nei continenti extraeuropei unificando tutto il mondo in un unico sistema.

La caratteristica fondamentale del sistema mondiale capitalistico è la sua struttura gerarchica.

Fin dall’inizio esso presenta una forma a fasce concentriche, con un centro, una semiperiferia e una periferia.

Il centro, che è caratterizzato da uno sviluppo di tipo endogeno, è costituito inizialmente dagli stati europei che sono i motori della creazione del mercato mondiale.

La periferia, invece, è rappresentata dalle colonie del nuovo mondo e da quelle regioni degli altri continenti dove si creano scali per le flotte europee.

Tra queste due fasce estreme si pone quella intermedia, la semi-periferia, composta d’entità statali piccole o politicamente deboli, dove le istituzioni feudali hanno ancora un certo peso. I paesi che appartengono alla semiperiferia partecipano allo sfruttamento della periferia ed al commercio mondiale, ma non possono rivaleggiare con gli stati più forti.

Nei paesi del centro ci sono attività produttive che impiegano tecniche avanzate e che rappresentano i settori trainanti ed i maggiori mercati finanziari.

La periferia, invece, fornisce al centro materie prime, prodotti agricoli e forza lavoro, e svolge attività che richiedono lavoro non qualificato. Nella periferia sono impiegate tecniche arretrate e sono assorbiti i prodotti che non trovano sbocco sui mercati del centro.

Tra queste fasce si trovano paesi che facevano parte del centro ma che, per debolezza economica e politica, non sono riusciti a mantenere una posizione egemonica, oppure paesi che hanno iniziato in ritardo il processo di superamento delle istituzioni feudali, o che stanno uscendo dalla periferia.

Questa divisione del mondo in centro, semiperiferia e periferia rispecchia l’attuale contrapposizione tra mondo sviluppato e mondo sottosviluppato.

12. Formazione e trasformazione della periferia. Le fasi del processo di periferizzazione.

Il processo di periferizzazione ha inizio nell’epoca moderna ed è divisibile in quattro fasi: la prima copre il periodo che va dalla conquista dell’America alla rivoluzione industriale; la seconda va dalla rivoluzione industriale agli ultimi decenni del XIX secolo; la terza si conclude con la seconda guerra mondiale e la quarta sta finendo, probabilmente, ai giorni nostri.

13. La periferia nella fase di transizione verso il capitalismo.

La prima fase del processo di periferizzazione è caratterizzata dalla transizione dal feudalesimo al capitalismo. In questa prima fase, caratterizzata dalla scoperta dell’America nel 1492 e dalla circumnavigazione dell’Africa nel 1498, il commercio internazionale si estende dai paesi europei alle americhe, mentre il resto del mondo si può considerare prevalentemente un’area esterna.

I soggetti attivi del processo di periferizzazione sono principalmente il Portogallo, la Spagna, l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia, o più precisamente i governi di questi paesi; Spagna e Portogallo adottavano il metodo dell’intervento diretto del governo, in altre parole dell’occupazione delle terre scoperte in nome del sovrano. Olanda, Inghilterra e Francia, invece, operavano tramite compagnie privilegiate regolate da statuti pubblici.

Secondo il metodo seguito, la formazione di veri e propri imperi coloniali ebbe tempi diversi. Fino alla fine del XVII secolo, soltanto Spagna e Portogallo occupavano grandi territori transoceanici, mentre Olanda, Francia e Inghilterra cominciarono ad affermare i propri diritti solo nella prima metà del XVII secolo.

La Spagna ed il Portogallo non riescono a mantenere per molto la loro posizione di primato, infatti, l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia si vanno sempre più affermando. L’idea dominante nel pensiero economico era stata per molto tempo quella che la ricchezza di un paese dipendesse dalla sua dotazione d’oro e argento: di qui il saccheggio dei metalli preziosi del nuovo mondo e lo sfruttamento delle sue miniere.

A questo proposito si scontrano due teorie molto importanti, cioè quella fisiocratica, che sostiene che è possibile ottenere un valore aggiunto solo attraverso l’attività agricola, e quella mercantilistica, convinta che la ricchezza di un paese dipenda dalla sua disponibilità di metalli preziosi.

Nel XVII secolo la struttura gerarchica del sistema mondiale vede un centro nel Nord-ovest europeo, una semiperiferia nell’Europa centro-meridionale e una periferia nell’Europa orientale e nelle colonie d’America, che sono in ogni modo la principale periferia mondiale. La situazione nel nuovo mondo era particolare, infatti, gli imperi di tipo tributario (Incas e Aztechi su tutti), avevano forti elementi di debolezza e, a causa del loro isolamento dal resto del mondo, erano del tutto impreparati ad impostare rapporti con i nuovi arrivati. Allo stesso modo è importante ricordare che la penetrazione europea in America portò all’occupazione di territori sempre più vasti, mentre negli altri continenti si limitò per lo più alla stabilizzazione di basi lungo le rotte marine.

L’Europa introdusse nel nuovo mondo i meccanismi feudali già presenti in Europa, anche se molto indeboliti; in questo modo sia nei possedimenti spagnoli e portoghesi sia in quelli francesi e inglesi, le terre furono date in concessione dai sovrani a conquistatori e colonizzatori. Il potere di questi signori feudali nel nuovo mondo andò però attenuandosi nel tempo, sostituito con l’amministrazione statale diretta.

In questa prima fase di transizione al capitalismo, l’Africa e l’Asia possono essere considerate come aree esterne al nascente sistema mondiale; in particolar modo l’Africa cominciò ad essere usata come fonte principale del cosiddetto “Mercato delle pelli nere”.

14. La periferia nella fase del capitalismo concorrenziale

La seconda fase del processo di periferizzazione è caratterizzata dall’importantissimo fenomeno della rivoluzione industriale, evento questo che sancisce anche la fine della fase di transizione dal feudalesimo al capitalismo. La rivoluzione industriale si diffonderà in maniera particolare nelle isole britanniche, infatti, si assiste alla formazione di un sistema unipolare, con al centro un solo paese, appunto, l’Inghilterra.

Il Belgio e l’Olanda sono i primi paesi a seguire l’esempio inglese; in Francia lo sviluppo industriale sarà più lento, mentre in Germania saranno le innovazioni della seconda metà dell’Ottocento ad offrire un impulso decisivo. Contemporaneamente, gli istituti feudali, benché da tempo ridotti a gusci vuoti, vengono progressivamente soppressi in tutta Europa, prima in Francia (1789) e poi anche negli altri paesi.

Il grande sviluppo industriale che caratterizza questa seconda fase del processo di periferizzazione è alimentato dalla grande abbondanza di forza lavoro: ciò dipende da diversi fattori, come, ad esempio, l’aumento della popolazione e l’ingresso nel mercato del lavoro di donne e minori.

Si passa, in breve, dalle attività agricole a quelle di tipo manifatturiero: a questo proposito è di determinante importanza la scoperta della macchina a vapore. Assistiamo, in questa fase, al trionfo dell’industria leggera, un tipo d’industria che richiede degli investimenti modesti nelle infrastrutture: ne è un esempio tipico l’industria tessile, che si diffonde moltissimo benché ancora assistita da una modesta capitalizzazione. Tutte queste innovazioni fanno sì che si possa parlare di questo periodo come della fase del “capitalismo concorrenziale”, nella quale la concorrenza tra gli imprenditori è il principale meccanismo di regolazione. D’altra parte, tutti i limiti che nei primi decenni dell’Ottocento ancora si opponevano all’attuazione della rivoluzione industriale vengono rimossi alla metà del secolo da due grandi fenomeni: la “Rivoluzione dei Trasporti” e l’adozione del libero scambio. Le ferrovie si estendono fino a collegare in un’unica rete le principali città d’Europa, e la navigazione viene condotta sempre più largamente a vapore. Si vengono così a creare le condizioni per la completa unificazione dei mercati nazionali. Il fenomeno più rilevante è, però, quello dell’abrogazione delle leggi che limitavano le importazioni, con una conseguente decadenza dei vecchi atti di navigazione. L’esempio più significativo è quello dell’Inghilterra, sul cui modello poi si baseranno molti altri stati.

In questa seconda fase del processo di periferizzazione occorre ristrutturare la situazione della periferia per adattarla alle esigenze del centro: la periferia viene sempre più subordinata al centro ed è tenuta, da un lato, a produrre quei beni alimentari di largo consumo la cui produzione è stata abbandonata nei paesi più importanti e, dall’altro lato, ad assorbire i prodotti manufatti non consumati al centro. I paesi della periferia devono specializzarsi in produzioni utili alle necessità del centro; ad esempio, l’America settentrionale diventa la zona dell’allevamento del bestiame; in America Latina si sviluppano le piantagioni ed in Australia e Nuova Zelanda si allevano ovini e caprini.

In pratica, nei paesi del centro si localizzano le attività industriali che impiegano le tecniche più avanzate, mentre nei paesi periferici prevalgono l’agricoltura e le attività minerarie che impiegano tecniche tradizionali.

15. La periferia nella fase del capitalismo oligopolistico.

La fase del capitalismo oligopolistico, in altre parole la terza fase del processo di periferizzazione, è convenzionalmente fatta iniziare nel 1870, l’anno che, di fatto, sancisce il termine della colonizzazione dell’Africa.

Sotto quest’aspetto il 1870 rappresenta un vero e proprio spartiacque, infatti, nei decenni precedenti nessuna delle grandi potenze europee sembrava intenzionata a costruire un impero coloniale nel continente nero; dopo, però, nel giro di un trentennio, ci fu una vera e propria corsa che ebbe come principali protagonisti Francia e Inghilterra e che mutò il volto dell’Africa, spartendola completamente tra i conquistatori.

L’Africa, in precedenza, era un po’ una periferia, ora, invece, l’occupazione europea sempre più massiccia determina profondi cambiamenti nell’organizzazione politica, nelle strutture sociali e nell’economia africana, cambiamenti che spesso incontrarono l’opposizione delle popolazioni locali.

In questa terza fase del processo di periferizzazione, in ogni modo, i cambiamenti non si limitano alla situazione africana, ma riguardano, più in generale, tutto il sistema mondiale. Innanzi tutto, è importantissimo notare come al centro del mondo non vi sia più un solo paese, in pratica l’Inghilterra, ma anche altri paesi, soprattutto Stati Uniti e Germania, che acquistano sempre più importanza. Si passerà, di conseguenza, da una struttura unipolare ad una struttura multipolare; infatti, la cosiddetta seconda rivoluzione industriale porterà, in primo piano, paesi come la Germania e gli Stati Uniti. Inoltre, mentre in precedenza era stata l’industria leggera ed in particolar modo quella tessile l’assoluta protagonista dell’attività economica, ora questo ruolo diventa esclusivo dell’industria pesante, in particolar modo grazie all’enorme sviluppo della siderurgia, della chimica e dell’industria elettrica, tutti settori che richiedono tecniche più complesse e dimensioni molto maggiori rispetto ai vecchi stabilimenti di filatura e di tessitura.

La situazione, a livello industriale, subisce, quindi, una netta trasformazione; infatti, in un’industria di tipo leggero si ha un livello abbastanza basso di costi fissi, mentre nella grande siderurgia, e quindi nell’industria pesante, i costi fissi sono molto più alti. Nell’industria pesante la quantità minima producibile per non andare in perdita è molto maggiore; nell’industria leggera, invece, si ha una bassa economia di scala, poiché per entrare sul mercato non servono brandi investimenti.

I settori ad alta economia di scala sono, invece, molto più protettivi per quel che riguarda la concorrenza di mercato; infatti, dominano pochi grandi gruppi industriali.

Come conseguenza, si sviluppa una nuova forma giuridica, nascono le Società Anonime (Società per Azioni).

Sempre più spesso si ricorrerà all’accordo tra imprese e alla formazione di coalizioni, chiamate “pools” o “cartelli”, con l’obiettivo di limitare la concorrenza. In questa fase cambiano anche in maniera rilevante i rapporti tra centro e periferia; infatti, alcune colonie iniziano ad acquisire autonomia, per poi emanciparsi totalmente, come, ad esempio, gli Stati Uniti, che diventeranno addirittura un elemento del centro del sistema.

Il fenomeno più indicativo che vede coinvolta la periferia in questo periodo, è il deterioramento dei termini di scambio: ciò significa che, mentre in precedenza gli abitanti delle colonie avevano un reddito sufficiente, ora, invece, si viene a creare un fenomeno che va a svantaggio della periferia, perché la nuova situazione oligopolistica dominante consente alle imprese di mantenere il prezzo dei prodotti sempre abbastanza alto. Come conseguenza, la periferia non ottiene più i prodotti del centro a prezzi relativamente bassi. La periferia è ormai convertita in monoculture e non può più variare la sua posizione, perciò avrà soltanto un prodotto da offrire.

16. La periferia nella fase del capitalismo regolato.

La prima guerra mondiale cambiò profondamente e con effetti duraturi la situazione economica dei paesi coinvolti nel conflitto e di quei pochi rimasti, invece, estranei.

Nel 1918, a guerra finita, i paesi europei si trovavano indebitati con gli Stati Uniti, che diventano il motore del sistema capitalistico mondiale: in questo modo si rovescia la situazione che li aveva visti nella fase precedente alla guerra come paese debitore dell’Europa.

Il crollo della borsa di New York nel 1929 cambiò però in breve la situazione. La crisi si estese a tutti i paesi del centro e della periferia: i prezzi crollarono, la disoccupazione raggiunse livelli elevatissimi e l’intero sistema monetario appena restaurato crollò. L’aspetto forse più rilevante del mondo uscito da tutte queste crisi e soprattutto dalla seconda guerra mondiale è la sua divisione in due “campi”: quello occidentale, comprendente i paesi ad economia di mercato, e quello orientale o socialista, comprendente l’Unione Sovietica, i paesi dell’Europa Orientale e quelli dell’Asia. Una delle conseguenze più importanti di questa divisione è il ruolo centrale che viene ad assumere l’industria a produzione militare nei due paesi capofila, Stati Uniti e Russia. Nella parte occidentale del mondo il secondo dopoguerra è caratterizzato dall’egemonia degli USA; infatti, la loro posizione esce grandemente rafforzata dalla seconda guerra mondiale. Tutti questi avvenimenti influirono molto sulla periferia e sui suoi rapporti con il centro. In particolar modo la seconda guerra mondiale favorì il rafforzamento e la diffusione dei movimenti nazionalisti, che aspiravano all’autogoverno e all’indipendenza. La divisione in due campi nel dopoguerra offrì ai paesi coloniali condizioni favorevoli per il raggiungimento dell’indipendenza politica.

La decolonizzazione si compì per lo più tra la fine della guerra e la metà degli anni Sessanta.

17. Le nuove configurazioni del sistema mondiale.

Attualmente, a più di mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, il quadro del sistema internazionale è molto cambiato.

Negli anni ’70 e ’80 ci sono state molte crisi monetarie ed economiche a livello internazionale di una gravità sino allora sconosciuta. Non esiste più un “campo socialista”, e contemporaneamente si è accelerato il processo di pieno inserimento dei paesi che ne facevano parte nel mercato mondiale capitalistico. Intanto, si passa dal mondo unipolare del dopoguerra ad una struttura multipolare del centro che ricorda quella dei primi decenni del secolo.

Il capitalismo torna ad essere l’unica forma d’organizzazione dell’economia. Per quel che riguarda la periferia del sistema, la situazione è piuttosto diversificata: infatti, alcuni paesi sembrano sul punto di superare la loro crisi economica, altri presentano un’economia in ristagno, altri ancora (molto pochi) stanno per entrare nella fascia semiperiferica.

Contemporaneamente, l’Africa diventa una zona sempre più marginale, un’area quasi esterna al sistema, e l’Unione Sovietica si divide in una molteplicità di stati grandi e piccoli, la cui posizione è ancora piuttosto incerta.

18. Le caratteristiche strutturali dei paesi periferici.

La periferia del sistema capitalistico mondiale, nei giorni nostri, corrisponde a quell’insieme di paesi che sono comunemente chiamati “sottosviluppati” o “in via di sviluppo” (“developing”), o anche del “Terzo Mondo”.

Il criterio usato più spesso per distinguere questi paesi è il prodotto nazionale pro capite ma, anche se tra questi paesi esistono notevoli diversità a livello economico e sociale, è possibile individuare anche altri elementi che in genere contraddistinguono, appunto, un paese “sottosviluppato”.

La struttura produttiva tipica del paese periferico è caratterizzata dalla prevalenza dei settori primari (agricoltura e attività estrattive), che impiegano maggior parte della forza lavoro e rappresentano una buona porzione del prodotto nazionale. In questi paesi c’è una forte dipendenza dalle esportazioni verso i paesi industrializzati. L’industria, dove è presente, produce prevalentemente beni di consumo (alimenti, bevande, vestiario) e, ad un livello più avanzato, beni di consumo durevole (attrezzi, strumenti meccanici, materiali da costruzione).

Un’altra caratteristica della periferia è la mancanza di capacità imprenditoriali, manageriali e tecniche: questa è una conseguenza della struttura sociale che questi paesi hanno ereditato dal loro passato coloniale e della limitata estensione dell’istruzione superiore. Le conseguenze principali sono la dipendenza da tecnologie importate dall’estero ed il ricorso ad imprenditori, tecnici e personale specializzato straniero.

La distribuzione del reddito nei paesi periferici è, nella maggior parte dei casi, molto diseguale, soprattutto rispetto ai paesi del centro e della semiperiferia, con un’elevata concentrazione del reddito negli strati più alti ed una gran parte della popolazione con redditi inferiori alla media. L’aspetto più importante di questa distribuzione è, però, il fatto che il reddito delle classi inferiori è spesso sotto a quel minimo che è convenzionalmente considerato “soglia della povertà”: in questo modo, i poveri vanno a costituire una parte spesso maggioritaria della popolazione.

Bisogna anche considerare la tendenza al disavanzo della bilancia dei pagamenti, che è data dal formarsi di strati urbani relativamente privilegiati che favoriscono l’affermazione di modelli di consumo di tipo occidentale e, quindi, l’importazione di prodotti manufatti dai paesi del centro. Per acquisire la valuta necessaria a far fronte all’importazione di questi beni, è necessario espandere al massimo le colture agricole da esportazione, ma, nel nostro secolo, le ragioni di scambio tra prodotti agricoli e manufatti hanno la tendenza a peggiorare, quindi il valore delle esportazioni crescerà meno della loro quantità.

Dal punto di vista demografico, una caratteristica comune a tutti i paesi “sottosviluppati” è il tasso di crescita della popolazione, che è molto più elevato di quello dei paesi del centro e della semiperiferia. Prima dell’industrializzazione, infatti, i paesi periferici presentavano tassi elevati sia di natalità sia di mortalità, che mantenevano stazionaria la popolazione; in una prima fase dello sviluppo industriale (corrispondente approssimativamente al XIX Secolo), si assistette ad una diminuzione del tasso di mortalità, con una conseguente crescita della popolazione. Infine, in una terza fase, coincidente con il nostro secolo, insieme alla continua diminuzione della mortalità, avviene anche una diminuzione della natalità e di conseguenza un rallentamento della crescita. La conseguenza principale di ciò è l’aumento della percentuale di popolazione inattiva, vale a dire vecchi e bambini, a carico di quella attiva.

Per finire, sotto l’aspetto socio – politico, è interessante notare la strutture polarizzata della società, con una ristretta classe dominante, una gran parte della popolazione subordinata economicamente, socialmente e politicamente, e la quasi assoluta mancanza di una classe intermedia.

19. La misurazione dello sviluppo in base al PIL

Il sistema più usato per misurare il grado di sviluppo o sottosviluppo di un paese è il suo prodotto nazionale lordo pro capite, valutato in dollari. Questo tipo di sistema è ancora oggi molto diffuso, ma ha subito numerose critiche.

Innanzi tutto, nella maggior parte dei paesi periferici, è molto difficile misurare il prodotto nazionale, che è stabilito calcolando il valore ai prezzi di mercato della produzione di tutti i beni e servizi finali e di quella dei beni intermedi, sottraendo il secondo dal primo e ottenendo così il valore aggiunto totale. La misurazione di questo valore aggiunto comporta che in quel determinato paese si eseguano annualmente delle rilevazioni sui risultati dei vari settori produttivi. Questa condizione non occorre spesso nei paesi della periferia, giacché essi dispongono di servizi statistici modesti.

Un’altra difficoltà è rappresentata dalla cosiddetta “economia sommersa” o “economia informale”, in altre parole da tutte quelle attività produttive che sono svolte in forme illecite o irregolari, e che quindi sfuggono alla rilevazione statistica.

È importante anche il problema del passaggio dal valore del prodotto nazionale all’indice da utilizzare come criterio di confronto tra paesi diversi. In primo luogo è necessario decidere il valore della popolazione da usare per calcolare il prodotto medio. Normalmente il prodotto totale è diviso per la popolazione totale. Questa soluzione apparentemente ovvia è stata però talvolta criticata, infatti, qualcuno sostiene che non si dovrebbe dividere il prodotto nazionale per l’intera popolazione, ma soltanto per la sua parte attiva.

Al centro di molte discussioni è anche la scelta di calcolare il prodotto nazionale lordo pro capite in dollari: l’obiezione principale è che, in questo modo, si potrebbero creare sopravalutazioni o sottovalutazioni del prodotto nazionale. Questo soprattutto perché il tasso ufficiale di cambio fissato dal governo o dalla banca centrale non sempre riflette gli effettivi rapporti economici che esistono tra un paese ed il resto del mondo, in particolare nelle zone periferiche, dove il valore della moneta nazionale è sensibilmente sopravvalutato per favorire l’importazione di mezzi di produzione dai paesi industrializzati.

20. Prodotto nazionale, distribuzione e benessere.

Ci sono molti problemi che riguardano la significatività del prodotto nazionale pro capite, come indice del grado di sviluppo o di sottosviluppo di un paese.

Secondo i casi, gli elementi ritenuti rilevante per definire il grado di sviluppo possono variare, ed è in relazione a questi elementi che nasce il problema della significatività del prodotto nazionale pro capite.

Una posizione estrema consiste nel ritenere che il prodotto nazionale sia un indice sintetico soddisfacente, nel senso che ogni elemento indicativo per una definizione dello sviluppo presenta una stretta relazione con lo sviluppo stesso. Questa tesi è stata, però, oggetto di numerose critiche o limitazione; la più evidente delle quali afferma che l’indice del prodotto nazionale pro capite non comunica informazioni sul modo in cui il reddito è distribuito tra i membro della collettività nazionale presa in considerazione.

Esistono anche problemi che riguardano il rapporto tra il prodotto nazionale e il benessere economico. In pratica, il prodotto nazionale pro capite può essere correttamente usato come indice della sviluppo solo se si può sostenere che esso è una misura del benessere, ossia delle soddisfazioni o utilità dei consumatori.

È importante notare che ci sono alcune voci incluse nel prodotto nazionale il cui aumento non corrisponde ad un maggiore benessere ed altre, rilevante per il benessere in senso positivo o negativo, della quali il calcolo del prodotto nazionale non tiene conto. A questo proposito si può osservare che molte produzioni non dipendono dal desiderio di effettuare un certo consumo, ma piuttosto dalla necessità di evitare i danni. Quindi, non migliorano le condizioni del consumatore ma servono a mantenere un livello già raggiunto.

22. Politiche e strategie di sviluppo.

La politica economica è un insieme d’azioni, mediante le quali soggetti pubblici (le cosiddette “autorità economiche”) usano strumenti, dei quali hanno la disponibilità, per raggiungere fini che comportano modificazioni nel funzionamento del sistema economico o di parti di esso.

Una politica economica è, quindi, definita dal soggetto, dagli strumenti e dal fine. In generale, si può osservare che quanto più l’obiettivo che il governo si propone di raggiungere è complesso, tanto più numerose saranno le politiche economiche specifiche impiegate. In quest’ottica, si chiamerà “strategia dello sviluppo economico” un insieme di politiche economiche e di riforme che ha lo scopo di modificare il sistema economico, secondo un determinato orientamento di chi lo propone o del governo che lo attua.

Una strategia dello sviluppo economico è un insieme di politiche economiche e di riforme amministrative ed istituzionali che ha, come fine, lo sviluppo economico di un paese. Quando si ha a che fare con un paese del centro o della semiperiferia, per sviluppo s’intende la crescita in condizioni di stabilità; nei paesi sottosviluppati, invece, una strategia di sviluppo deve rimuovere quegli ostacoli che impediscono la crescita.

23. Strategie dello sviluppo e teorie radicali.

Una prima generale distinzione tra le strategie dello sviluppo può essere fatta basandosi sulle teorie radicali che si contrappongono al dominante paradigma della modernizzazione. Le teorie radicali sulla natura e l’origine del sottosviluppo hanno, infatti, influenzato quegli indirizzi politici che vogliono separare un paese in via di sviluppo dal sistema capitalistico e dal mercato mondiale. Questo perché si ritiene che il modo di produzione capitalistico non sia più in grado di assicurare la crescita delle forze produttive e che, di conseguenza, solo un’economia di tipo socialista possa favorire l’uscita dalla condizione periferica.

Il modello socialista, però, in realtà non ha rappresentato una soluzione soddisfacente per i paesi periferici; infatti, benché abbia ridotto la distribuzione molto diseguale del reddito e la povertà di massa, avviando anche il processo d’industrializzazione, ha tuttavia ridotto il progresso tecnologico e la capacità imprenditoriale. Infatti, anche il paese che tramite il socialismo ha raggiunto i risultati migliori, vale a dire la Cina, ha ormai abbandonato questo modello.

Quindi, secondo queste riflessioni, si può affermare che, benché difficile, è possibile uscire dal mercato mondiale e contare sulle proprie forze, ma solo per un certo periodo e solo per paesi di grandi dimensioni, che mettano in atto grandi trasformazioni.

26. Crescita e distribuzione del reddito. Due obiettivi per una strategia dello sviluppo.

Alle sue origini, la teoria dello sviluppo ha considerato la crescita del PNL come l’obiettivo delle politiche dei governi dei paesi periferici, trascurando, tra l’altro, il problema della distribuzione del reddito.

In seguito, dagli anni ’60, la tematica distributiva acquista e mantiene per un certo periodo uno spazio maggiore, soprattutto perché gli economisti hanno avuto un ripensamento, giacché i bilanci avevano reso evidente la persistenza e certe volte l’aggravamento di condizioni di disoccupazione, di povertà e di fame.

Intorno alla metà degli anni ’70, i problemi distributivi sembrano essere messi nuovamente in disparte, visto che l’attenzione generale era concentrata sull’aggravarsi delle condizioni della maggior parte dei paesi periferici.

Nei giorni nostri, però, sembra essere iniziata una nuova fase, nella quale il problema della distribuzione del reddito sembra aver riacquistato importanza, soprattutto perché si è arrivati a ritenere che una redistribuzione del reddito possa determinare guadagni d’efficienza.

27. La disuguaglianza e la sua misurazione. Curva di Lorenz e coefficiente di Gini.

Esistono due diversi concetti a proposito della distribuzione del reddito nazionale: il primo è di distribuzione funzionale, il secondo quello di distribuzione interpersonale.

Al concetto di distribuzione interpersonale sono associati anche i concetti d’eguaglianza e disuguaglianza, e, in base ad essi, si possono dare giudizi sulla distribuzione del reddito nazionale di un paese, affermando che essa è più o meno uguale o diseguale.

A proposito d’uguaglianza e disuguaglianza e della loro misurazione, ci sono però pareri discordanti. I diversi criteri per formulare giudizi in merito possono distinguersi in due tipi: i primi cercano di arrivare ad una valutazione oggettiva della disuguaglianza, attraverso una misurazione statistica della dispersione dei livelli dei redditi; i secondi invece sono di carattere normativo e confrontano diverse distribuzioni in relazione ad una che si ritiene la più soddisfacente in termini di benessere sociale.

Le misure statistiche della disuguaglianza più usate sono la “Curva di Lorenz” ed il “Coefficiente di Gini”, che si ricava, appunto, da questa curva.

Essa collega gruppi percentuali d’individui che compongono la collettività, distinti per classi di reddito, segnati sull’asse delle scisse, e le quote percentuali del reddito nazionale che sono distribuite a ciascun gruppo sono segnate sull’asse delle ordinate. Il coefficiente di Gini si ottiene calcolando il rapporto tra l’area compresa tra la diagonale e la curva di Lorenz e l’area del triangolo rettangolo in cui giace la curva stessa: il coefficiente cresce col crescere della disuguaglianza, nell’intervallo da zero ad uno. Lo zero misura una situazione di perfetta eguaglianza, l’uno invece un’assoluta disuguaglianza.

Generalmente, si ritiene relativamente egualitaria una distribuzione con un coefficiente tra lo 0,2 e lo 0,35, mentre è molto disuguale una distribuzione con un coefficiente compreso tra lo 0,5 e lo 0,7. In quest’intervallo si trovano paesi come Nepal, Honduras, Sierra Leone, Messico, Brasile, Turchia e Giamaica.

28. Una reimpostazione del problema produttivo nei Paesi in Via di Sviluppo: la concezione di A. K. Sen.

È molto importante, per quei paesi periferici che volessero attuare una politica redistributiva, avere una concezione dello sviluppo che veda nella crescita del prodotto nazionale un mezzo per raggiungere indeterminato fine. Questa concezione è stata fatta propria, in particolare, da Amartya K. Sen. Secondo lei, i risultati che ci si deve attendere dallo sviluppo sono, ad esempio, il poter vivere a lungo, l’esser ben nutriti, evitare malattie e potersi curare, essere capaci di leggere e scrivere, e così via.

Partendo da questa concezione dello sviluppo, la definizione dell’oggetto specifico di una politica redistributiva cambia rispetto alle impostazioni tradizionali. Accogliendo, infatti, un’impostazione come quella di Sen, l’accento si sposta dalla posizione relativa dei diversi individui nella scala dei redditi al livello assoluto delle loro attribuzioni: non si tratta più di correggere gli effetti distributivi non desiderati del processo di sviluppo, ma di modificarne le caratteristiche.

29. Il problema della povertà: cause e caratteristiche.

Nei paesi periferici, la disuguaglianza distributiva e la povertà relativa sono un problema di certo meno rilevante di quello della povertà assoluta, quindi è più importante porre l’attenzione su quegli strati della popolazione che vivono in condizioni di miseria.

Innanzi tutto è necessario fare un’analisi che identifichi le condizioni di vita di diversi settori della popolazione, individuando i gruppi verso i quali si devono indirizzare le politiche redistributiva. Un primo passo in questa direzione fu compiuto da Chenery e Ahluwalia, che divisero la popolazione in tre gruppi, chiamati “Ricco”, “Medio” e “Povero”, caratterizzati da diverse dotazioni di risorse. In questo modo si poteva individuare il “gruppo obiettivo”, in altre parole quello in favore del quale si devono indirizzare le politiche distributive: tale gruppo era il gruppo “Povero”.

Più in generale, si può affermare che la povertà assoluta è la condizione di coloro che hanno un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia della povertà”. Anche se individuare una soglia sotto alla quale si possa parlare di povertà in generale è arbitrario, convenzionalmente la soglia di povertà è fissata oggi a 370 dollari. Nel 1985 al di sotto di questa linea c’erano ben un miliardo e 115 milioni di persone; per ridurre questo numero, e ridurre quindi la povertà, è necessario eliminare le cause che la determinano.

Talvolta la causa della povertà è stata identificata nella disoccupazione, ma identificare i poveri con i disoccupati sarebbe un errore, perché non terrebbe conto di alcune delle caratteristiche tipiche delle economie dei paesi periferici. Nei paesi periferici, “per potersi permettere di essere disoccupato, un lavoratore deve essere abbastanza benestante”, cioè deve avere fonti proprie di reddito diverse dal lavoro, data l’assenza di quelle forme d’assistenza e sicurezza sociale che esistono ormai da qualche tempo nei paesi del centro e della semiperiferia.

30. Le politiche contro la povertà. La teoria dei bisogni fondamentali.

L’obiettivo della teoria dei bisogni fondamentali (“Basic needs”), è quello di accrescere le capacità e le possibilità degli individui, e quindi ottenere una condizione d’agio, di “well-being”, come la chiamava Sen. Per ottenere ciò è necessario che siano soddisfatti alcuni bisogni fondamentali della vita. I primi bisogni sono quelli materiali, e quindi comprendono il cibo, il vestiario, l’alloggio, l’acqua e la sanità. A questo proposito è necessario precisare che stabilire un livello minimo di vita, anche limitatamente ai suoi aspetti materiali, può essere arbitrario. Infatti, la quantità minima di cibo, vestiario e alloggio necessari alla sussistenza sarà valutata diversamente in un paese ricco o in un paese povero. Inoltre, i bisogni variano a seconda che si abbia a che fare con una persona anziana o un bambino, oppure una persona sana o malata, ovvero con una persona che lavora o una disoccupata, e così via. Esistono, in ogni modo, anche bisogni immateriali, che devono, anch’essi, essere rispettati.

31. Distribuzione con la crescita o prima della crescita. Differenze. La riforma delle istituzioni.

Una delle caratteristiche essenziali del povero è la bassa produttività del lavoro che egli svolge. Un primo modo per migliorare le sue condizioni consiste nell’aumentare il prodotto ed il reddito che egli trae dal suo lavoro.

Le principali soluzioni a questo problema sono: il trasferimento degli investimenti (o “redistribuzione con la crescita”) e il trasferimento dei fattori produttivi (o “redistribuzione prima della crescita”). La prima proposta consiste nel destinare ai poveri una quota dell’aumento del prodotto nazionale, in forma d’investimenti che aumentano la produttività del loro lavoro. Questa soluzione (elaborata da Chenery per la Banca Mondiale), prevedeva il trasferimento al gruppo “povero” della popolazione del 2% del prodotto nazionale lordo per 25 anni, quindi il mantenimento di questa situazione per altri 15 anni. Alla fine dei 40 anni il livello di consumo dei poveri sarebbe aumentato del 23% rispetto a quello possibile in assenza del progetto. Ci sono però diverse obiezioni a questa proposta: innanzi tutto, un’azione di questo tipo richiederebbe un governo autorevole e stabile, capace in altre parole di mettere in atto una politica come questa, che troverà inevitabilmente l’opposizione degli strati sociali penalizzati. Un governo di questo tipo molto difficilmente si troverà nei paesi periferici, dove, di solito, domina l’instabilità e la debolezza politica.

La distribuzione prima della crescita prende le mosse dalle precedenti esperienze storiche, notando come, quando un determinato fattore della produzione è diventato il “fattore critico” dello sviluppo, la sua produttività è aumentata con vantaggio per i pochi soggetti che ne disponevano e a svantaggio per gli altri. La redistribuzione prima della crescita determinerebbe una distribuzione più egualitaria dei fattori prima dell’aumento della loro produttività.

È importante tener presente che la lotta contro la povertà va inevitabilmente incontro a degli ostacoli d’ordine politico, basti riflettere sul fatto che molto spesso i governi dei paesi periferici sono corrotti ed inefficienti.

32. Gli investimenti: il circolo vizioso di Nurske. Come uscirne.

Una delle spiegazioni più note dello stato di povertà dei paesi periferici è quella che si presenta nella forma di “circolo vizioso”: un paese è povero perché è povero.

Il teorico più importante che ha studiato questa teoria è Nurske, che spiega lo stato di sottosviluppo di un paese con la scarsa domanda e offerta d’investimenti che il reddito prodotto rende disponibili. Quindi, soltanto con l’aumento dell’una e dell’altra il circolo vizioso sarà spezzato.

Se però si considera che la crescita del prodotto nazionale dipende dall’accumulazione del capitale fisico, allora si arriverà alla conclusione che l’investimento autonomo richiesto per avviare lo sviluppo dovrà essere su larga scala e programmato centralmente. A favore di questa teoria, e cioè che l’investimento iniziale deve essere massiccio, si schiera anche la teoria della crescita equilibrata, che sostiene, appunto, che solo una molteplicità d’investimenti in diversi settori può creare una domanda complessiva in grado di assorbire la produzione, rendendo conveniente l’investimento.

33. La trappola dell’equilibrio a basso livello di reddito.

La tesi secondo la quale l’avvio di un processo di sviluppo richiede una dose massiccia d’investimenti autonomi, fu presentata dagli autori che la sostenevano con le denominazioni “big push” e “minimum effort”.

Questa seconda denominazione era usata in particolare quando si aveva a che fare con fattori che tendono a deprimere il livello del reddito, e lo mantengono al basso livello caratteristico delle situazioni di sottosviluppo. Quando un fattore depressivo di questo tipo è all’opera, l’economia rischia di essere condannata alla stagnazione, prigioniera in pratica della cosiddetta “trappola dell’equilibrio a basso livello di reddito”.

Il modello più noto della trappola è quello che descrive una situazione nella quale il fattore depressivo è rappresentato della crescita della popolazione. In questa situazione, ad esempio, a bassi livelli di reddito pro capite, i risparmi e gli investimenti saranno modesti e determineranno quindi un basso tasso di crescita del prodotto nazionale. La “trappola” consiste nel fatto che il reddito d’equilibrio agisce come una sorta di “magnete”, al quale tendono i valori delle variabili in gioco, fino a quando il reddito pro capite non raggiunge un livello al quale risparmio e investimento sono tali da determinare un tasso di crescita superiore a quello della popolazione.

34. Definizione di coefficiente di capitale.

Quando le autorità economiche si propongono come obiettivo un dato tasso di crescita del prodotto nazionale, è necessario adottare un criterio che definisca il rapporto esistente tra investimenti e prodotto.

Molto spesso, questo criterio è il coefficiente di capitale, che indica l’ammontare di capitale richiesto per aumentare annualmente di un’unità la produzione in ciascun settore dell’economia e nell’economia nel suo complesso. La misurazione del coefficiente di capitale presenta numerose difficoltà, Innanzi tutto essa non può basarsi sui dati relativi al periodo precedente l’inizio del programma di sviluppo ed in secondo luogo non è possibile supporre il rapporto dato per l’intera economia costante nel tempo. Infatti, bisogna tener conto delle conseguenze che derivano dal fatto che il coefficiente di capitale richiede investimenti in settori ed aree diverse. Quindi la principale critica che si potrà muovere all’uso del coefficiente di capitale riguarderà l’interpretazione che spesso è stata data del suo significato.

35. Fattore residuo ed importanza del fattore umano.

Una serie di ricerche iniziate negli anni ’50 che avevano lo scopo di valutare il contributo che lavoro, capitale e terra danno alla crescita del prodotto nazionale, hanno messo in luce che una parte considerevole di questo prodotto nazionale si doveva attribuire ad un “fattore” residuo diverso dai tre principali fattori produttivi.

A questo proposito la tesi prevalente era che il fattore residuo consistesse nel progresso tecnico, vale a dire in scoperte ed innovazioni, la cui applicazione consentiva di crescere la produttività. Ad esempio, secondo Solow, nel periodo 1909 – 1949, più di sette ottavi della crescita del prodotto nazionale americano dipendevano del progresso tecnico. Una conseguenza più evidente di questo fatto era che, in assenza di progresso tecnico, lo sforza di risparmio ed investimento dovrebbe essere molto grande anche per ottenere risultati modesti. Il fattore (o capitale) umano può essere invece definito come il livello di capacità di un individuo. I fattori che maggiormente contribuiscono ad aumentare il capitale umano sono le condizioni dei soggetti, il loro livello d’istruzione e d’abilità tecnica, le loro motivazioni ed il loro atteggiamento verso l’attività produttiva.

Lo svolgimento di un’attività lavorativa presuppone il mantenimento della forza lavoro in condizioni minime d’efficienza: ciò richiede un’alimentazione adeguata, una dotazione d’abitazione, vestiario adatto alle condizioni ambientali e l’esistenza di servizi igienici e sanitari. Quando queste condizioni non esistono, il livello di produttività sarà molto basso. Allo stesso modo, se queste condizioni migliorano, la produttività del lavoro aumenta. È importante anche tener presente che l’analfabetismo e l’ignoranza d’elementari conoscenze tecniche rappresentano un grande ostacolo per l’aumento della produttività, infatti, impediscono l’applicazione di nuove tecniche. L’aumento del capitale umano in questo caso può avvenire principalmente attraverso due vie: l’istruzione formale ed il “learning by doing”. La prima spesso richiede un forte intervento pubblico, mentre la seconda consiste nell’apprendimento di conoscenza tramite lo svolgimento di determinate attività o mansioni.

36. I progetti d’investimento e la scelta tra progetti alternativi.

Quando è stato individuato l’ammontare d’investimenti che sarebbe desiderabile effettuare in uno o più anni, le autorità economiche possono intervenire indirettamente o direttamente nell’attuazione di quest’obiettivo.

L’intervento indiretto consiste nell’uso di politiche macroeconomiche in modo che esse determinino un’espansione o una contrazione dell’investimento totale rispetto a quello che si avrebbe in loro assenza.

L’intervento diretto consiste nella destinazione di risorse pubbliche alla formazione di capitale fisso sociale o alla creazione d’imprese pubbliche o a partecipazione pubblica.

38. Il finanziamento degli investimenti: il capitale estero.

Una strategia di sviluppo economico richiede degli investimenti: questi possono presentarsi principalmente sotto due forme, il risparmio, che si forma all’interno del paese, e il flusso netto di capitali provenienti dall’estero. Per quel che riguarda quest’ultimo caso, è importante considerare i proventi delle esportazioni in generale. Un paese che inizia un processo di sviluppo, infatti, non dispone di un’industria nazionale produttrice di mezzi della produzione, o, in ogni caso, dove esiste, questa è molto limitata. Si dovrà, quindi, ricorrere all’importazione di macchinari dai paesi industrializzati del centro.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in seguito alle esperienze degli anni ’30 e alla paura di una nuova recessione, era molto diffuso il pessimismo sull’espansione del commercio internazionale e sulla possibilità che esso potesse aiutare i paesi periferici. Si temeva, soprattutto, che i paesi che volevano intraprendere politiche di sviluppo avrebbero trovato difficoltà nella scarsità di valuta e nella scarsità del risparmio che il basso livello del reddito rendeva possibile. L’afflusso di capitali esteri può a questo proposito provvedere ad ottenere la valuta necessaria alle importazioni e ad integrare il carente risparmio interno. Questo ragionamento portava ad attribuire un ruolo fondamentale al capitale estero nei programmi d’investimento dei paesi in via di sviluppo. L’importanza del capitale estero per lo sviluppo delle aree periferiche è un tema che spesso è stato al centro di discussioni: in ogni modo, si può costatare che la quota di finanziamento dall’estero non abbia mai superato la quota del risparmio interno.

In linea generale, un flusso netto di capitali determina nell’economia che lo riceve un aumento di capitale, di produttività e di produzione nazionale. Ci sono, però, anche degli effetti negativi, ad esempio, il capitale straniero può danneggiare il commercio estero, in pratica può determinare un aumento delle esportazioni di un paese periferico, con una flessione del prezzo del prodotto esportato e un peggioramento delle ragioni di scambio.

Esiste un tipo di flussi di capitale dall’estero che, dopo la seconda guerra mondiale, ha avuto particolare importanza ed è stato oggetto di un ampio dibattito. Si tratta dei cosiddetti “aiuti allo sviluppo”, presenti sottoforma di prestiti “concessionali” di doni bilaterali o multilaterali. Questi aiuti possono essere visti come qualcosa di positivo, ma sono stati anche fortemente criticati, soprattutto da economisti d’ispirazione neoclassica e liberista, tra i quali il più noto è Bauer, che li considera non solo inutili, ma anche dannosi per lo sviluppo. Infatti, secondo loro, la scarsità di capitale sarebbe soltanto una conseguenza di un eccesso d’interventismo pubblico, e l’aiuto estero sarebbe anzi colpevole di evitare i cambiamenti voluti e le riforme che sarebbero necessarie.

39. Il finanziamento alternativo: il risparmio interno.

Il risparmio interno di un paese consiste in quella parte del reddito nazionale che non è consumata. Perché esso esista è necessario che sia prodotto un sovrappiù, oltre a quanto occorre per il mantenimento della collettività. Il risparmio interno è importante in particolare per i paesi periferici, che spesso devono, appunto, contare sulla formazione di questo tipo di risparmio. In questi paesi una particolare attenzione è sempre stata rivolta al settore agricolo; infatti, è in questo settore che spesso si è individuato il sovrappiù necessario ad alimentare l’accumulazione di capitale.

Nei paesi che si trovano nella fase iniziale dello sviluppo, infatti, la quasi totalità della popolazione è rurale, ed il suo contributo alla formazione del prodotto nazionale è quello percentualmente più elevato. La trasformazione del sovrappiù in risparmio può avvenire in due modi diversi: attraverso la libera scelta degli individui, oppure attraverso politiche attuate dallo stato. Nel primo caso si parla di risparmio volontaria, nel secondo di risparmio forzato. Il risparmio volontario è il reddito che i soggetti decidono liberamente di non consumare. Il risparmio forzato, invece, può essere messo in atto in diversi modi. La forma più diffusa è quella che si attua mediante l’istituzione o l’aumento d’imposte: il loro gettito costituirà il “risparmio pubblico”.

40. Mercato interno e mercato internazionale. Il problema della domanda.

Un serio problema per i paesi sottosviluppati è dato dalla ristrettezza del loro mercato interno, fatto questo che limita notevolmente le decisioni d’investimento.

Questo limite può essere superato se si considera la possibilità dei commerci con altri paesi e, quindi, se alla domanda interna si aggiunge quella estera.

Nella moderna economia dello sviluppo, infatti, la discussione sul ruolo da attribuire al mercato interno e a quello estero nei paesi periferici è molto sentita ed ha portato ad una classificazione delle diverse strategie di sviluppo, secondo il loro orientamento verso l’interno (policies inward oriented) o verso l’esterno (policies outward oriented).

41. I vantaggi del commercio internazionale. La teoria dei vantaggi comparati, da Ricardo a Samuelson.

Il commercio internazionale, e quindi gli scambi tra un paese e l’altro, può portare principalmente tre tipi di vantaggi: i vantaggi che derivano da un migliore impiego di risorse già esistenti; i vantaggi che derivano dalla possibilità di impiegare risorse che in condizioni d’economia chiusa non potrebbero essere usate; i vantaggi derivanti dalla formazione di nuove risorse.

I vantaggi di un migliore impiego delle risorse trovano per la prima volta una spiegazione rigorosa nella teoria dei costi comparati di Ricardo. Per illustrare la sua tesi, Ricardo propone un famoso esempio: considera due paesi il cui lavoro è impiegato nella produzione delle stesse due merci. I costi di produzione espressi in unità di lavoro sono però diversi; se in uno di questi due paesi i costi di produzione sono inferiori a quelli dell’altro per entrambe le merci, questo paese ha un vantaggio assoluto. Sarebbe quindi conveniente che le due merci fossero prodotte nel paese che le produce a costi minori: ciò richiederebbe un trasferimento di capitali e di lavoro nel paese più favorito. Per verificare che lo scambio di prodotti tra i due paesi sia possibile e conveniente, bisogna anche considerare i vantaggi relativi, vale a dire che bisogna considerare il rapporto tra i costi di produzione dei due prodotti in ciascun paese. Se, come nell’esempio di Ricardo, i prezzi relativi d’equilibrio interni nei due paesi sono diversi, è conveniente per ciascun paese specializzarsi nella produzione relativamente meno costosa, acquistando nell’altro paese la merce più costosa. Il ragionamento di Ricardo è ancora oggi importante, perché può essere ricondotto ai problemi del commercio estero in relazione ai paesi periferici.

Infatti, le due economie prese in considerazione da Ricardo si differenziano per la diversa produttività: questa differenziazione corrisponde al “gap” tecnologico tra paesi industrializzati del centro e paesi periferici.

Esiste anche un altro tipo di modello, associato ai nomi di Hecksher, Ohlin e Samuelson. In esso, a differenza di Ricardo, si suppone che le tecniche utilizzate per la produzione di ciascun prodotto siano identiche in entrambi i paesi, mentre l’unica differenza tra loro sia nella diversa dotazione di capitale e lavoro. Supponendo che una delle due produzioni richieda una tecnica più intensiva di capitale e l’altra una più intensiva di lavoro, si dimostra che ciascun paese si avvantaggerà nello specializzarsi nella produzione della merce che impiega una maggiore quantità del fattore di cui il paese è più dotato. Questo modello è importante nel caso del commercio tra paesi del centro e paesi periferici, giacché i primi possono essere considerati più dotati di capitale e i secondi di lavoro.

42. Vantaggi statici e vantaggi dinamici della teoria dei costi comparati.

Uno, dei vantaggi dinamici, sicuramente più evidente della teoria dei costi comparati, consiste nella possibilità d’impiegare quelle risorse che in un’economia chiusa sarebbero rimaste inutilizzate, e quindi nell’aumento della loro produttività.

Smith, ad esempio, pone l’accento sul beneficio che un paese può trarre vendendo all’estero le merci per le quali non esiste una domanda interna (da lui chiamate “superflue”). L’apertura dell’economia, quindi, aggiunge all’insufficiente domanda interna quella estera, consentendo quindi d’impiegare i fattori non occupati.

I vantaggi derivati dall’utilizzazione di risorse precedentemente inutilizzate, sono particolarmente verosimili in paesi che presentano alcune caratteristiche della periferia e, in particolare, in paesi che avevano un’economia di sussistenza prima dell’apertura al commercio internazionale.

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