Appunti – Economia dello sviluppo

martedì 14 novembre 2000

Economia: scienza sociale (non è una scienza esatta) che ha come obiettivo di individuare le uniformità nell’attività umana che consistono nel cercare la miglior utilizzazione di risorse economiche che si dicono scarse perché disponibili in quantità limitata. È quindi la scienza che si applica alla ricerca del miglior utilizzo fra risorse scarse suscettibili d’usi alternativi.

Bene economico: un bene che esiste in quantità limitata.

Questo tipo di scienza si applica a delle unità, a dei sistemi (economia italiana, economia europea, economia mondiale).

Insiemi cui si può riferire la riflessione economica

Sistema economico si può definire come un insieme di regole, d’istituzioni, di radicati modi di pensare (tradizioni) il quale soprassiede al funzionamento di soggetti e unità che agiscono economicamente in un certo insieme.

Per individuare un sistema economico occorre analizzare le regole, le istituzioni e le tradizioni che influenzano i comportamenti dei soggetti (unità) economiche.

Quando si parla di sistema economico si può parlare di un sistema economico reale o di un modello astratto di sistema economico.

Un sistema economico è definito da due grandi regole di base del suo funzionamento:

  • proprietà dei mezzi di produzione: la proprietà può essere dello stato o dei privati. Se la proprietà è dei privati il sistema è capitalistico, altrimenti socialista.
  • meccanismo di coordinamento delle unità / soggetti che operano nel sistema: il sistema dei prezzi. Il mercato è un punto d’incontro tra domanda e offerta di un determinato bene o servizio. Economia di mercato quando il prezzo è stabilito dalla domanda e dall’offerta. Quando non esiste il sistema dei prezzi questi sono fissati a tavolino; questo è il dirigismo cioè il principio della decisione dall’alto.

mercoledì 15 novembre 2000

Sistema economico = insieme delle istituzioni che permettono la funzione dell’economia.

  • agenti economici e unità economiche (entrambi soggetti economici): un’unità economica è un gruppo d’individui (famiglia, impresa, sindacato…) organizzata per un fine economico. Un agente economico è un soggetto che adempie qualche funzione economica.

In genere quando l’economia è socialista è anche dirigista, viceversa quando è capitalista di solito è di mercato.

Nel passato sono prevalsi due tipi d’incroci: nel 3° Reich la famiglia Krupp deteneva una fabbrica di cannoni ma nel periodo bellico non poteva più decidere cosa produrre. Era questa un’economia capitalista dirigista.

Nella Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, Tito, dopo essere stato cacciato dall’URSS, mantenne un sistema economico di tipo socialista ma, per marcare la sua distanza dall’URSS, basando i prezzi sul mercato.

martedì 21 novembre 2000

Un sistema economico chiuso è in equilibrio quando i risparmi sono uguali agli investimenti.

  • Bene di consumo: quando l’utilità si esaurisce con il consumo
  • Bene d’investimento (o durevole): è un bene la cui vita utile si protrae ad un periodo più o meno ampio di cicli produttivi.

Il consumo C dipende del reddito Y

C=f(Y)

C variabile indipendente

Y variabile dipendente

Lo stesso vale per il risparmio S

S=f(Y)

Ma il prodotto P dipende da una serie di variabili dipendenti

P=f(f1, f2, f3, …, fn)

e il calcolo sarebbe impossibile. Così si tengono costanti tutti i fattori tranne quello che si vuole esaminare.

In un sistema economico aperto si hanno importazioni M ed esportazioni X. L’importazione è una detrazione perché si sottrae dal reddito una quota, perché il bene non è stato prodotto all’interno del sistema. L’esportazione attira redditi dall’esterno e quindi aumenta il livello degli investimenti.

Ma oltre a questo c’è anche il fattore stato (intervento pubblico) che detrae dal reddito delle imposte T per convertirle in servizi I.

La condizione d’equilibrio in un sistema aperto si avvera quando la somma di tutte le detrazioni eguaglia la somma di tutte le immissioni: T+M+S=G+X+I

mercoledì 22 novembre 2000

L’economia della sviluppo è una scienza nuova, nata a partire dalla seconda guerra mondiale. Questa scienza economica è volta ad analizzare i processi di sviluppo dei vari sistemi economici.

Lo sviluppo di questa branca dell’economia è così recente perché nel lungo periodo che ha avuto l’apporto degli economisti classici (con un approccio materialistico), nonostante alcuni avessero preso in considerazione la sviluppo (progress, Smith), l’analisi dinamica si perde nella prima metà dell’800, fino al secondo dopoguerra, perché ciò che importava era la studio del livello più efficace di distribuzione (allocazione) di risorse date. Ma questa era un’analisi di tipo statico. Alcuni autori si distinsero da questo, come Marx e Peter. Nel dopoguerra una serie di colonie di paesi uscenti dal conflitto, sia vincenti ma anche perdenti, ottengono l’indipendenza. Queste ex – colonie erano piene di problemi e si fronteggiavano con pochi paesi ricchi. Quindi ci si chiese perché questi paesi fossero rimasti “indietro” a differenza di altri. Si comincia così a riflettere in termini dinamici prendendo in considerazione le cause di questi stati.

Esistono due definizioni d’economia dello sviluppo:

  1. Scienza che consiste nello studio del modo in cui le circostanze economiche mutano nel tempo.
  2. Scienza che si preoccupa di identificare gli ostacoli che si frappongono ai paesi in via di sviluppo.

Economia dello sviluppo, def. 1

Consiste nella branca più ricca dell’economia, perché si serve di strumenti che provengono da diverse discipline di varia estrazione, dall’economia alla politica, dai trasporti all’ambiente. È anche una branca dell’economia che pone diversi interrogativi: è meglio prima distribuire meglio la ricchezza e poi aggiornare i mezzi di produzione o viceversa? Ecc…

Si ha a che fare con gli uomini, perciò è necessaria una conoscenza etnoantropologica di fondo. Un approccio limitativo porterebbe a risultati insoddisfacenti.

Dopo la seconda guerra mondiale ci si rende conto che ci sono pochi paesi ricchi e molti paesi poveri ex coloniali. Lewis nel 1980 definisce i paesi sviluppati distinguendoli da quelli sottosviluppati in base al reddito. Ma così facendo si sono contrapposte due realtà ed è venuto fuori un giudizio di valore, e si pensava che un paese sottosviluppato potesse svilupparsi solo imitando ciò che era stato fatto nei paesi più avanzati. Il primo passo fu fatto liberando gli scambi internazionali di merci, pensando che così si sarebbero distribuite meglio le risorse. Questo invece ha accentuato le differenze (forbice) tra nord ricco e sud povero.

Con l’affermarsi delle teorie materialistiche l’assetto dei fattori della produzione diventa fondamentale. Il pensiero anglosassone è di tipo utilitaristico, perché considera importante non ciò che si sa ma ciò che si sa al fine della produzione. Questo porta al centro dell’attenzione la tecnologia che diventa il fattore discriminante tra paesi ricchi (sviluppati) e paesi poveri (sottosviluppati).

giovedì 23 novembre 2000

Gli strumenti utilizzati dall’economia dello sviluppo sono anche strumenti economici, ma questa scienza si avvale anche dell’utilizzo dei rapporti di sostituzione, vale a dire che si cerca di capire quali siano i costi che susseguono alla scelta di una politica piuttosto che di un’altra.

Oltre al problema delle ex colonie, bisogna tener conto dell’avvento dei movimenti nazionalisti – populisti in America meridionale negli anni ’30, che attirano l’attenzione internazionale sul fatto che questi paesi hanno una vera indipendenza dalle nazioni ricche.

Una terza causa della nascita dell’economia dello sviluppo è l’affiancamento del modello sovietico alle economie liberali. Sembra quindi che le vie di sviluppo si possano moltiplicare in scelte diverse.

È interessante notare un quarto fattore: Keynes, dopo la crisi di Wall Street del ’29, è incaricato di rimettere in piedi la situazione. Keynes rovescia i termini dell’economia classica: se gli economisti affermavano che solo in base alla domanda si sviluppa l’offerta, Keynes sosteneva che la domanda poteva essere stimolata dall’incremento dell’offerta. Così lo stato americano intervenne nell’economia con un massiccio intervento pubblico, facendo ripartire l’economia statunitense. L’analisi di Keynes NON è di tipo dinamico, ma stimola la riflessione perché si comincia a criticare la teoria economica classica. Gli economisti che seguiranno avranno una visione non più classica dell’economia (statica), ma avranno una visione dinamica.

Il capostipite di questi nuovi economisti è Harrowd – Domar, che propone il primo modello di crescita.

Il quinto fattore sono le statistiche dell’ONU sui nuovi paesi. Queste mostrano dei dati incredibili, che provano l’enorme disparità economica tra i vari continenti.

Il paradigma della modernizzazione

Di fronte ai fatti di cui sopra ci si pongono alcuni interrogativi, tra cui: perché c’è questa disparità? Come si può annullare?

Queste riflessioni portano a teorie che si riassumono in un paradigma comune, passando per due riflessioni.

Attraverso l’idea che le economie si evolvono attraverso fasi crescenti di sviluppo, si riflette sul fatto che esista un tipo di sviluppo che percorre sempre le stesse fasi, e avvengono gli stadi successivi dell’evoluzione dell’umanità fino all’approdo all’economia capitalistica, ritenuta tappa inevitabile. Nel modello di Rostow s’identifica il modello economico in cinque stadi successivi:

  1. Economia di sussistenza
  2. Decollo (take off)
  3. Produzione e consumo di massa

Ma l’errore sta nel pensare che questo processo sia inevitabile.

Martedì 12 dicembre 2000

Il paradigma della modernizzazione fu accolto come modello universale dall’800. In questo modello vi erano insite delle critiche: nasceva una valutazione molto negativa delle società tradizionali (quelle che non seguivano lo sviluppo imposto dal paradigma); il fatto che tutto fosse riferito agli ideali capitalistici non permetteva di capire le società tradizionali. Questo creava una dicotomia tra la società tradizionale e quella industriale. Vi sono due grandi tipi di critiche: quella proveniente dal Marxismo e quella di tipo radicale non marxista.

La CEPAL (Commissione economica per l’America Latina) afferma che il rapporto tra la parte sviluppata e quella sotto sviluppata del mondo, dipende dalle società economiche dei paesi sviluppati.

Periferizzazione

Prima della fase capitalistica il mondo aveva l’aspetto di un arcipelago con tante zone con strutture e assetti autonomi.

La situazione che prevaleva nel mondo nel medioevo può essere divisa in tre grandi zone:

  • Società tribale: Africa, Oceania, America
  • Società tributaria: Cina, India, Messico Azteco
  • Società feudale: Europa

Mercoledì 13 dicembre 2000

Nel periodo feudale l’espansione araba ed il seguente dominio arabo sull’ex Mare Nostrum causò una crisi economica e demografica in Europa.

La rapidità della conquista araba fu favorita dalla tradizione del vincolo tribale, che impediva scontri interni all’Islam, accelerando quindi l’espansione verso gli “infedeli”. Dall’anno 1000, in seguito al ritiro arabo, l’Europa conosce un periodo di crescita economica.

Con la scoperta dell’America ci si chiede perché l’Europa sia sviluppata ed il Nuovo Continente no. Questo fu un importante impulso allo studio dell’evoluzione economica.

Ciò che distingue l’Europa feudale dalle altre società è il fatto di essere una società in grand’espansione economica. Infatti, s’ingrandirono le grandi città che crebbero d’importanza e favorirono gli scambi commerciali. Accanto ai mercanti nascono gli artigiani.

A metà del ‘300 vi è un’altra depressione, questa volta nel mondo agricolo. In contrapposizione nelle province orientali della Germania e della Polonia si rinforza il feudalesimo e la servitù della gleba, per contrastare la depressione. Prima dell’avventura di Colombo e dell’avvento del capitalismo vi era uno scarto del livello economico tra le varie nazioni minimo. La ricchezza era quindi distribuita in maniera omogenea, nonostante la presenza di tre diversi tipi di società.

Martedì 19 dicembre 2000

Formazione del sistema unico mondiale

Dall’Evo Moderno (dalla scoperta dell’America) si assiste al divulgarsi a livello mondiale dello stesso metodo di produzione: quello capitalistico.

Caratteristica principale della produzione capitalistica:

  • La periferia è dipendente dal centro, il quale invece ha uno sviluppo autonomo.

La classe borghese si afferma sul proletariato perché detiene i mezzi di produzione.Il proletariato diventa la componente lavoro nell’assetto capitalistico. Con la rivoluzione industriale, il sistema produttivo si trova a basarsi fortemente sulla moneta. Precedentemente la moneta non era diffusa a causa della scarsezza dei metalli preziosi. I monarchi spagnoli appoggiarono Colombo sperando di potersi rifornire d’oro e argento. Questa teoria si contrapponeva a quella fisiocratica, che faceva dipendere la ricchezza di uno stato dalla sua agricoltura, che si pensava fosse l’unica attività capace di dare valore aggiunto. Nel sistema capitalistico si parte dall’idea di investire moneta per poi, alla fine del ciclo, ricavare una quantità di moneta maggiore.

Le caratteristiche del centro del sistema di produzione sono:

  • Concentrazione delle attività produttive più avanzate
  • Concentrazione di capitali
  • Concentrazione di tecnologia

Le caratteristiche della periferia sono:

  • Presenza di vecchie aree esterne
  • Produzione soprattutto agricola – mineraria
  • Dualismo tra economia di sussistenza (tradizionale) ed economia di piantagione (innovativa)

La relazione tra centro e periferia è di tipo gerarchico, poiché la periferia è subordinata al centro.

Tra il centro e la periferia vi è la semiperiferia: sono aree che non si sono ancora sviluppate come il centro ma hanno caratteristiche che non consentono di denominarle periferia.

mercoledì 20 dicembre 2000

Il sistema unico di produzione lascia inalterate le unità statali esistenti; non si crea, quindi, un impero, non c’è unità politica.

Unicità del modello di produzione <–> pluralità d’entità statali

Nelle periferie il sistema di sussistenza è lasciato a sé, a favore del centro.

Sviluppo e sottosviluppo

Quando si parla di sottosviluppo in senso statico si usa un raffronto con le aree sviluppate, evidenziando un minore sviluppo in rapporto a queste.

Quando se ne parla in senso dinamico si parla di un processo che si svolge in senso storico, che comporta la capacità di un’area di precipitare nel sottosviluppo a causa d’inefficienze (anche date da fattori esterni). Secondo alcuni studiosi degli anni ’50 è difficile che un’area caduta nel sottosviluppo riesca a riprendersi, in quanto rimarrebbe intrappolata nella “gabbia del sottosviluppo”.

Il non sviluppo: significa che ci si trova in una situazione di stagnazione (difficoltà di decollo).

Crescita = aspetto puramente quantitativo

Sviluppo = mutamento delle condizioni sia oggettive sia soggettive della produzione che modifica sia il modo di produzione sia la condizione sociale.

mercoledì 10 gennaio 2001

L’avvento della rivoluzione industriale porta alla seconda fase del processo di periferizzazione con innovazioni tecnologiche. La Gran Bretagna si viene a trovare al centro del sistema mondiale in quanto ha capacità industriali e commerciali. Sia allora che oggi il paese che si trova al centro del sistema mondiale cerca di abbattere gli ostacoli al commercio internazionale, per esportare senza limiti. A questo punto occorre ristrutturare la periferia per adattarla alle esigenze del centro. In questo modo la periferia è sempre più subordinata al centro; là si producono beni d’agricoltura di largo consumo per soddisfare i bisogni del centro. Per di più, la parte d’industria che non poteva essere messa in atto dal centro era assorbita dalla periferia. Inoltre è interesse del centro mantenere lo stile di vita della periferia a livelli accettabili, per mantenere il potere d’acquisto della periferia che deve assorbire l’eccedenza di produzione del centro.

La terza fase del processo di periferizzazione ha inizio intorno al 1870 (definitiva colonizzazione dell’Africa).

Nella terza fase al centro non c’è più un solo paese. Si diffonde la tecnologia e altri paesi diventano centrali. Non è più l’industria leggera la protagonista ma quella pesante (siderurgia, metallurgia, chimica, elettrica, ecc…). Nasce il modello di società di capitali, più adatto all’industria pesante.

Cambia anche la periferia: le colonie acquistano prima un’autonomia e dopo una progressiva indipendenza. Avviene, però, un deterioramento dei prezzi dei prodotti alimentari, prodotti nella periferia, e incrementano i prezzi dei prodotti industriali del centro.

In questo periodo non esistono istituzioni sopranazionali e non si è ancora entrati nella fase di capitalismo regolato. (VEDI LIBRO PAGG. 105 – 109).

giovedì 11 gennaio 2001

Industria leggera

Nell’industria leggera la quantità minima di produzione è tutto sommato bassa.

A BASSA ECONOMIA DI SCALA

Industria pesante

Nell’industria pesante la quantità minima di produzione è più alta a causa dell’elevato costo fisso.

AD ALTA ECONOMIA DI SCALA

L’industria leggera è molto concorrenziale perché è facile entrare nel mercato a causa dei bassi costi fissi.

L’industria pesante è poco concorrenziale perché occorre sostenere alti costi fissi per entrare nel mercato. È quindi protetta dall’ingresso di concorrenti nel mercato.

Passando dall’industria leggera a quella pesante (dalla seconda alla terza fase del processo di periferizzazione) sono solo i grandi gruppi a dettare le regole. La concorrenza, quindi, non gioca più il suo ruolo come nella seconda fase.

Cambiano anche le condizioni della periferia che diventa lo sbocco commerciale alle eccedenze prodotte dal centro. Inoltre è soggetta a flussi finanziari originati dal centro, atti a preparare la periferia a sopportare il nuovo mercato.

L’oligopolio tende a mantenere alto il prezzo di vendita nonostante l’aumento della domanda. Questo va a discapito della periferia.

martedì 16 gennaio 2001

Terza fase del processo di periferizzazione

Nel periodo precedente alla terza fase si aveva un capitalismo concorrenziale, un sistema aureo, una totale libertà commerciale ed il preponderare della teoria che il mercato, con il sistema della domanda e dell’offerta, regoli al meglio i prezzi.

Questo sistema unico mondiale si accompagna ad un lunghissimo periodo di non belligeranza. Le guerre arrivano con la prima guerra mondiale.

Questa guerra fa saltare i fondamenti su cui si basava il sistema precedente. Nel dopoguerra i paesi europei si ritrovano a pezzi e completamente indebitati con gli USA.

La Russia si allontana dal sistema unico mondiale scegliendo una nuova via, creando un secondo sistema mondiale: il COMECON.

L’impero austro ungarico viene diviso. In Italia dopo difficili fasi si arriverà al fascismo. Le produzioni industriali verranno convertite in tipo bellico. Questa conversione industriale crea indebitamenti e disoccupazione. Entra in campo l’IRI e trionfa l’intervento statale.

Con la crisi alcuni paesi, come l’Italia, tentano di recuperare, altri si trovano coinvolti in difficili tensioni sociali. L’unico paese che esce dal conflitto in buona salute sono gli USA. Ma l’eccessiva euforia economica porta presto, nel 1929, al crollo della finanza americana, seguita da un crollo della produzione e da una recessione in tutto il nuovo continente.

Dopo la crisi, gli USA trovano la via della ripresa, inserendo l’intervento di stato per accelerare la ripresa. Il mito del libero mercato crolla e viene affiancato dal fattore stato. È Keynes il filosofo di questa teoria: è l’offerta che crea la domanda, e non viceversa, come pensavano i neoclassici.

Ritroviamo una situazione unipolare con gli USA al centro del sistema, in quanto gli altri stati occidentali erano stremati dalla guerra. Nel capitalismo regolato alcuni soggetti affiancati al governo vigilano sui mercati; questi soggetti sono:

  • FMI: Fondo monetario internazionale
  • GATT: General Agreement on Tariffs and Trade
  • BM: Banca mondiale

Questo per quanto riguarda il sistema occidentale capitalistico. Il sistema socialista aveva al centro l’URSS circondata dai paesi del COMECON.

mercoledì 17 gennaio 2001

Nella quarta fase del processo gli USA sono il paese più importante. Aiutano anche la ricostruzione degli altri paesi alleati, distrutti dalla seconda guerra mondiale, per garantirsi dei partner forti.

In questa fase, il piano Marshall, si chiede all’Europa di agire come se si trattasse di un unico paese. Gli USA, quindi, coordinavano la situazione post – bellica, organizzando il sistema capitalistico.

Nel mercato post – bellico si evidenziano le seguenti caratteristiche:

  • Il gold exchange standard, per cui il dollaro è il mezzo di pagamento fondamentale ed internazionale (tassi di cambio fissi)
  • Le decisioni dei governi centrali si accompagnano a quelle d’organi internazionali come FMI, BM, GATT.

martedì 27 febbraio 2001

A partire dalla prima guerra mondiale nelle colonie, a causa del fatto bellico, aumenta la produzione di metalli e di prodotti primari, tutti utilizzabili per la guerra. Ne consegue un incremento delle piantagioni. Ma i paesi della periferia, in seguito a questo incremento, cercano di finanziare dei programmi di modernizzazione, in quanto ricevono più valuta dal centro.

Questo crea un indebitamento (vedi crisi asiatica recente). Proprio durante questa espansione la crisi del ’29 blocca il processo, in quanto i mercati interni del centro vedono calare la domanda.

L’espansione delle colonie nel 1914 – 1930 era sostenuta per la maggior parte dal capitale del centro. I paesi asiatici, tre anni fa, andarono in crisi perché la loro modernizzazione era basata sull’indebitamento estero. È bastato che la speculazione internazionale non si fidasse più delle monete dei paesi asiatici per far crollare tutto.

Dopo la crisi del ’29 le colonie si battono per dotarsi di un sistema industriale proprio. La seconda guerra mondiale ha l’effetto di creare due sistemi mondiali: il COMECON ed il GATT. La Russia vince la guerra ma ha perso (quaranta milioni?) d’uomini. Gli USA hanno perso pochi uomini e hanno un’economia solida e fiorente. Gli stati europei sono distrutti dalla guerra. Dopo la guerra quasi tutte le colonie ricevono l’indipendenza, nel giro di trent’anni.

Dopo la decolonizzazione nasce una contrapposizione tra periferia e centro, anche di tipo ideologico. Era l’URSS che appoggiava le decolonizzazioni, considerata allora il paese a favore dell’indipendenza. Così le ex colonie imitano il modello sovietico. In questo modo la periferia si contrappone al centro per il sistema economico scelto.

Quando la periferia si dotò di una sua industria fece concorrenza al centro e gli investimenti del centro si spostarono dal settore secondario all’alta tecnologia, ai trasporti, alla ricerca, allo sviluppo e alle telecomunicazioni. A questo seguì una statalizzazione di questi settori (telecomunicazioni = SIP ecc…).

martedì 06 marzo 2001

Caratteristiche di un paese periferico

  • ex colonia, tributaria della madre patria, soprattutto per il settore agricolo e minerario, per alimentare il mercato del centro. Mantiene queste caratteristiche;
  • economia dualistica agricola: accanto alle colture di sussistenza ci sono le piantagioni, “imposte” dal centro;
  • l’industria è debole, con scarso livello tecnologico;
  • notevole carenza di capacità tecniche, imprenditoriali e manageriali, conseguenza del periodo coloniale;
  • distribuzione del reddito diseguale;
  • alto tasso demografico, per sostenere la domanda di manodopera e per garantire la sussistenza della specie, soggetta ad alto tasso di mortalità;
  • struttura della società polarizzata (o ricchissimi o poverissimi).

Mercoledì 07 marzo 2001

PIL = prodotto interno lordo PNL = prodotto nazionale lordo

PIN = prodotto interno netto PNN = prodotto nazionale netto

Il prodotto interno è il totale dei beni e servizi prodotti in un periodo (normalmente un anno) da una comunità, tenendo conto di tutti i residenti nel territorio.

Dividendo il PI per il numero d’abitanti si ottiene il prodotto interno pro capite.

Nel calcolo del prodotto nazionale si tiene conto anche degli appartenenti alla comunità ma residenti all’estero.

La differenza tra lordo e netto è il fatto di considerare l’ammortamento dei beni durevoli:

  • prodotto netto = deducendo la perdita di valore dei beni durevoli;
  • prodotto lordo = considerando i beni durevoli senza tener conto della perdita di valore.

Nel calcolo del prodotto pro capite si può tener conto di tutta la popolazione o solo di quella attiva, dei dati dell’ultimo censimento o degli stessi aggiornati secondo stima.

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