Introduzione ai Cultural Studies e alla Comunicazione Interculturale

Introduzione ai Cultural Studies e alla Comunicazione Interculturale aa 99/00

Docente: Cleto

Dick Hebdige

Sottocultura: Il fascino di uno stile innaturale

Introduzione: sottocultura e stile

Siamo attratti dagli oggetti più mondani, …, che nondimeno assumono una dimensione simbolica, divenendo una sorta di marchio, emblemi di un esilio volontario.

Sulle superfici della sottocultura – negli stili composti da oggetti mondani che hanno un doppio significato – si possono trovare riflesse le tensioni fra gruppi dominanti e gruppi subalterni.

Tale processo [“gli oggetti sono resi sempre più portatori di significato”] ha inizio con un crimine nei confronti dell’ordine naturale, benché … la devianza possa apparire davvero leggera: la cura prestata ad un certo tipo di ciuffo, l’acquisto di un motoscooter o di un disco o di un cero genere di vestito. Ma ciò finisce con il costruire uno stile.

La parola “sottocultura” è carica di mistero. Suggerisce segretezza, giuramenti da società segreta, un Mondo sotterraneo. Si richiama inoltre al più esteso e non meno arduo concetto di “cultura”.

Da cultura a egemonia

Emergevano due tradizioni fondamentali di cultura. La prima, era essenzialmente classica e conservatrice. Rappresentava la cultura come un livello ottimale di qualità estetica: “Il meglio di ciò che è stato pensato e scritto al mondo”. La seconda affondava le proprie radici nell’antropologia. In questo caso il termine “cultura” si riferiva a un particolare stile di vita che esprime certi significati e valori non solo nell’arte e nell’alta cultura, ma anche nelle istituzione e nel comportamento quotidiano. L’analisi della cultura, in base a questa definizione, consiste nella chiarificazione dei significati e dei valori impliciti ed espliciti di uno stile di vita particolare, di una cultura particolare.

La teoria della cultura ora comprendeva lo “studio delle relazioni esistenti tra i vari elementi di uno stile particolare di vita.

Nei primi anni in cui furono inseriti nei corsi universitari, gli “studi culturali” occupavano lo scomodo spazio fra queste due definizioni in conflitto, cultura intesa come alto livello di qualità e cultura come “stile di vita nel suo insieme” .

Raymond Williams

Keywords

A vocabulary of culture and society

Art

L’originale e comune significato di art, per rinviare a qualsiasi tipo di mestiere, è ancora attivo in Inglese. Ma un significato più specializzato è diventato comune, e ne le arti e a largo ambito in artista è diventato predominante.

Art è stata usata in Inglese dal 13° secolo. È stata largamente applicata, senza specializzazioni predominanti, fino al tardo 17° secolo, in materie varie quali matematica, medicine e angling. Nel curriculum delle università medievali le arti (“le sette arti” e più tardi “le arti liberali”) erano grammatica, logica, retorica, aritmetica, geometria, musica e astronomia, e artista, dal 16° secolo, fu usato, all’inizio, in questo contesto, benché con quasi contemporanei sviluppi per descrivere qualsiasi persona pratica (così come è in effetti identico con artigiano fino al tardo 16° secolo) o un professionista di una delle arti di un altro raggruppamento, le quali sono controllate dalle sette muse: storia, poesia, commedia, tragedia, musica, danza, astronomia. In seguito, dal tardo 17° secolo.

Matthew Arnold

Cultura e anarchia

Grazia e luce

Com’esiste una curiosità per gli argomenti intellettuali che è sterile, ed è semplicemente una malattia, così esiste indubbiamente una curiosità, – un desiderio delle cose dello spirito, per loro stesse e per il piacere di vederle nella loro realtà, – che è, in un essere pensante, naturale ed encomiabile. Anzi, lo stesso desiderio di vedere le cose nella loro realtà, implica un equilibrio ed un ordine mentale che spesso non si raggiunge senza sforzi fecondi ed è proprio l’opposto del cieco e morboso impulso della mente che noi vogliamo rimproverare, quando riproviamo la curiosità.

Ma c’è della cultura un’altra concezione, nella quale appaiono, come suoi fondamenti, non solo la passione scientifica, il mero desiderio di vedere le cose nella loro realtà, naturale e giusto in un essere pensante. C’è una concezione in cui a far parte essenziale e preminente dei fondamenti della cultura entrano tutto l’amore per il prossimo, tutti gli impulsi che inducono all’azione, al soccorso dei nostri simili, e alla beneficenza, il desiderio di eliminare gli errori umani, di schiarire le umane confusioni e di diminuire l’infelicità umana, la nobile aspirazione a lasciare il mondo migliore e più felice di come si è trovato, moventi di carattere, come si dice, squisitamente sociale. Allora una giusta definizione della cultura dovrà porne l’origine non già nella curiosità ma nell’amore della perfezione; la cultura è uno studio della perfezione. Essa procede per l’impulso, non semplicemente o principalmente della passione scientifica per la conoscenza pura, ma anche della passione morale e sociale per il ben fare.

Ciò che distingue la cultura è che essa è dominata dalla passione scientifica quanto dalla passione dell’operare il bene; ed esige, della ragione e della volontà di Dio, concetti adeguati, né tollera facilmente che a questi si sostituiscano le proprie rozze opinioni.

Nel momento in cui si coglie questa concezione di cultura, il momento in cui essa è considerata non esclusivamente come lo sforzo di vedere le cose quali sono, di accostarsi ad una conoscenza dell’ordine universale verso cui sembra che il mondo sia orientato e tenda, e che rende felice l’uomo che si muova nel suo stesso senso ed infelice quello che va in senso contrario, – di apprendere insomma, la volontà di Dio, – nel momento, ripeto, in cui la cultura è considerata non semplicemente come lo sforzo di vedere ed apprendere ciò, ma anche come lo sforzo di farlo prevalere, diviene manifesto il suo carattere sociale, morale e benefico.

La religione dice: Il regno di Dio è dentro di voi; e la cultura, in simile modo, pone l’umana perfezione in uno stato interno, nello sviluppo e nell’egemonia della nostra umanità vera e propria, in quanto distinta dalla nostra animalità.

L’idea della perfezione come di una condizione interiore della mente e dello spirito urta contro la civiltà meccanica e materiale che è apprezzata da noi. L’idea della perfezione come di un’espansione generale della famiglia umana urta contro il nostro forte individualismo, col nostro odio per ogni limitazione al disfrenarsi della personalità individuale, con la nostra massima «ciascun per sé».

La gente più convinta che la nostra grandezza ed il nostro benessere siano dimostrati dalla nostra straordinaria ricchezza, e che più consacra la vita e i pensieri all’arricchirsi, è proprio quella cui noi attribuiamo il nome di Filistei. La cultura dice: «Studiate questa gente, dunque, il loro modo di vivere, le loro abitudini, la loro educazione, perfino il tono della loro voce; guardatela attentamente; osservate la letteratura che leggono, le cose che danno loro piacere, le parole che escono dalle loro bocche; i pensieri che formano la suppellettile delle loro menti; varrebbe la pena possedere qualsiasi quantità di ricchezza a condizione di dover divenire esattamente uguali a questa gente?».

Non v’è nulla di più comune fra la gente dello scambiare la pace e la soddisfazione interiore, che segue all’aver vinto i difetti evidenti della nostra animalità, per quella pace e soddisfazione interiore, dirò così assoluta, la pace e la soddisfazione attinte con l’avvicinarsi ad una perfezione spirituale completa, e non soltanto ad una perfezione morale, o piuttosto ad una perfezione morale relativa. Nessun popolo al mondo ha fatto di più ed ha lottato di più della nostra razza inglese per arrivare a questa relativa perfezione morale. Per nessun popolo al mondo il comandamento di resistere al demonio, di debellare il maligno, nel significato più immediato e ovvio di queste parole, ha avuto una forza e una verità altrettanto impegnativa. E siamo stati premiati, non solo con la grande prosperità materiale, che la nostra obbedienza a quel comandamento ci ha portato, ma anche, e di gran lunga di più, con una grande pace e soddisfazione interiore. Ma per me esistono poche cose più penose a vedersi di certa gente che, forte di quella pace e soddisfazione interiore raggiunta mercé dei suoi rudimentali conati di perfezione, adopera, riguardo alla propria incompleta perfezione e alle organizzazioni religiose in grembo alle quali la ha trovata, un linguaggio che è appropriato solo se si riferisce ad una perfezione completa, e che dal presagio di questa, risonante nello spirito umano, è solo un’eco remota. La religione stessa, occorre appena dirlo, fornisce costoro in abbondanza di questo linguaggio sublime. Ed essi se ne servono con grande larghezza; eppure esso in realtà è la critica più severa di quella incompleta perfezione che sola abbiamo ancora raggiunto attraverso le nostre organizzazioni religiose.

Ma frattanto essa [“la forza nuova e più democratica che ora va sostituendosi al nostro vecchio liberalismo di classe media”] ha un gran numero d’amici ben intenzionati di fronte ai quali la cultura può con profitto continuare a sostenere fermamente il suo ideale di perfezione umana; affermando che questa consiste in una interiore attività spirituale che ha per carattere un accrescimento di grazia, di luce, di vita, di simpatia.

È la stessa maniera di insegnare all’uomo a giudicarsi non per quello che è, non per il progresso compiuto in fatto di grazia e di luce, ma per il numero di ferrovie che ha costruito o per la grandezza del tabernacolo che ha eretto. Solo che alle classi medie si dice che tutto ciò è opera della loro energia, della loro fiducia in sé e del loro capitale, mentre alla democrazia si dice che è opera delle sue mani e dei suoi scoli.

La ricerca della perfezione, dunque, è ricerca di grazia e di luce. Chi lavora per la grazia e la luce lavora per l’affermazione della ragione e della volontà di Dio. Chi lavora per la meccanicità, chi lavora per l’odio, lavora soltanto per il caos. La cultura guarda al di là della meccanicità, la cultura odia l’odio; la cultura ha un’unica grande passione, la passione per la grazia e per la luce. Ne ha una ancora più grande: la passione di farle prevalere. Non è contenta finché tutti noi non arriviamo ad una umanità perfetta; sa che la grazia e la luce dei pochi saranno necessariamente incomplete sino a quando le masse umane rozze e brancolanti nel buio non siano toccate dalla grazia e dalla luce. Se non mi sono peritato di dire che dobbiamo lavorare per la grazia e la luce, neanche mi perito di affermare che dobbiamo avere una larga base, dobbiamo instaurare grazia e luce fra quanti più è possibile. Ho sempre insistito che in momenti felici dell’umanità, le epoche che lasciano un segno nella vita di un popolo, le età fiorenti per la letteratura e l’arte e per tutta la potenza creativa del genio, sono quelle in cui vi è un ardore nazionale di vita e di pensiero in cui l’intera società è, al massimo grado, permeata dal pensiero, sensibile alla bellezza, intelligente e sveglia. Soltanto deve trattarsi di un vero pensiero e di vera bellezza; vera grazia e vera luce. Molti cercheranno di dare alle masse, come le chiamano, un nutrimento intellettuale preparato e adatto nel modo ch’essi giudicano conveniente alla loro concreta situazione. La comune letteratura popolare è un esempio di questo modo di agire sulle masse. Molti cercheranno di addottrinarle nel complesso di idee e di giudizi che costituisce il credo della loro professione e del loro partito. Le nostre organizzazioni religiose e politiche offrono un esempio di questa maniera di agire sulle masse. Non condanno né l’una né l’altra maniera; ma la cultura opera diversamente. Non cerca di abbassare il suo ammaestramento al livello delle classi inferiori; non cerca di guadagnarle a questa o a quella setta per mezza di giudizi fatti su misura e di parole d’ordine. Cerca di eliminare le classi, di far circolare dappertutto quanto di meglio sia stato pensato e conosciuto nel mondo, di far vivere tutti gli uomini in un’atmosfera di grazia e di luce, ove possono servirsi delle idee, come essa stessa fa, liberamente: alimentati e non limitati da esse.

Questa e l’idea sociale: e gli uomini di cultura sono i veri apostoli dell’uguaglianza. I grandi uomini di cultura sono quelli che hanno avuto la passione di diffondere, di far trionfare, di portare da un’estremità all’altra dalle società, il miglior sapere, le idee migliori del loro tempo; che si sono industriati per spogliare il sapere di tutto ciò che fosse ruvido, bizzarro, difficile, astratto, professionale, esclusivo; per umanizzarlo, per renderlo efficace fuori della combriccola di persone evolute e dotte, rimanendo pur sempre il miglior sapere e il miglior pensiero del tempo e, perciò, una schietta fonte di grazia e di luce.

Definizione di culture da Oxford English Dictionary

culture ,n. [a. F. culture (in OF. couture), ad. L. Cultu_ra cultivation, tending, in Christian authors, worship, f. ppl. stem of cole ~re: see CULT.]

+ 1. Worship; reverential homage. Obs. rare. 1483 CAXTON GoId. Leg. 81/1 Whan they departe fro the culture and honour of theyr god.

2. a. The action or practice of cultivating the soil; ti=CULTIVATION 1. c1420 Pallad. on Hus b. i. 21 In places there thou wilt have the culture. 1866 ROGERS Agric. & Prices I. 11 The same kinds of grain …are sown …and the same mode of culture is adopted.

+ b. Cultivated condition. Obs. 1538 STARKEY England i. i. 12 The erth..by..dylygent labur.. ys brought to maruelous culture and fertylite.

+ c. concr. A piece of tilled land; a cultivated field. Obs.

3. a. The cultivating or rearing of a plant or crop; = CULTIVATION 2. 1626 BACON Sylva §40

2 These..were slower than the ordinary Wheat.. this Culture did rather retard than advance

b. transf. The rearing or raising of certain animals, such as fish, oysters, bees, etc., or of natural products such as silk. culture pearl = cultured pearl. 1796 MORSE Amer. Geog. I. 679 The culture of silk.

c. The artificial development of microscopic organisms, esp. bacteria, in specially prepared media; concr. the product of such culture; a growth or crop of artificially developed bacteria, etc. Also applied to the similar growth of plant and animal cells and tissues, and of whole or gans or fragments of them. AIso in Comb., as culture -fluid, -tube, etc.; 1880 G. M. STERNBERG tr. Magnin’s Bacteria Ii. i. 113 Cohn employed the following culture-fluid.

+ d. The training of the human body. Obs. 1628 HOBBES Thucyd. i. vi, Amongst whom [the Lacedaemonians].. especially in the culture of their bodies, the nobility observed the most equality with the commons.

4.fig. The cultivating or development (of the mind, faculties, manners, etc.); improvement or refinement by education and training.

c1510 MORE Picus Wks. 14 To the culture and profit of theyr myndes. 1848 MACAULAY His t. Eng. II. 55 The precise point to which intellectual culture can be carried.

5. a. absol. The training, development, and refinement of mind, tastes, and manners; the condition of being thus trained and refined; the intellectual side of civilization. 1805 W0RDSW.

Prelude xiii. 197 Where grace Of culture hath been utterly unknown. 1855 J. CONINGTON Academical Study of Latin (1872) I. 212 That part of our culture which we have not worked out for ourselves, or received from contemporary nations, we owe almost wholly to Rome, and to Greece only through Rome. 1860 M0TLEY Netherl. (1868) I. ii. 47 His culture was not extensive. 1869 M. ARNOLD (title) Culture and anarchy. Ibid. ii. 49 The great men of culture are those who have had a passion.. for carrying from one end of society to the other, the best knowledge, the best ideas of their time. 1876 M. ARNOLD Lit. & Dogma xiii, Culture, the acquainting ourselves with the best that has been known and said in the world. 1939 tr. H. Johst in C. Leiser Nazi Nuggets 83 When I hear the word ‘culture’ I slip back the safety- catch of my revolver.

¶ With distortion of spelling to indicate affected or vulgar pronunciation.

1931 Atlantic Monthly Feb. 149/2 They believe in ‘cultchah’.

b. A partìcular form or type of intellectual development. Also, the civilization, customs, artistic achievements, etc., of a people, esp. at a certain stage of its development or history. (In many contexts, esp. in Sociology, it is not possible to separate this sense from sense 5a.) 1867 FREEMAN Norm. Conq. (1876) I. iv. 150 A language and culture which was wholly alien to them. 1871 E. B. TYLOR (title) Primitive culture. 1891 Spectator 27 June, Speaking all languages, knowing all cultures, living amongst all races.

Citazioni (Williams, Arnold, Foucault)

  1. Dal suo senso originale di attributo umano, un’abilità era diventata, nel periodo di cui siamo interessati, un genere di istituzione, un corpo fisso di attività di un genere certo. Un’arte era stata precedentemente qualsiasi abilità umana; ma arte, ora, ha significato un gruppo particolare di abilità, le arti “immaginative” o “creative”. Artisti voleva significare persone specializzate, come artigiano; ma “artista” ora ha assegnato a questi solo una particolare abilità. Più avanti, assumendo più importanza, arte è venuta significare un genere speciale di verità, verità immaginativa, ed artista un genere speciale di persona, come le parole artistico e [artistical], per descrivere modi di essere dell’uomo, nuovi negli anni 40 del 1800, mostrano. Un nome nuovo, estetica, è stato fondato per descrivere il giudizio di arte. Le arti- letteratura, musica, dipinto, scultura, teatro- sono state raggruppate insieme, nella loro nuova espressione, in quanto hanno essenzialmente qualcosa in comune che le distingue da altre abilità umane. La stessa separazione come si era sviluppata tra artista ed artigiano si è sviluppata tra artista ed maestro d’arte. Genio, dal significare una disposizione della caratteristica, è venuto volere dire abilità elevata, ed una distinzione è stata fatta tra esso e talento.
  2. Per Matthew Arnold la critica è “Il tentativo, in tutti rami della conoscenza, di vedere l’oggetto come realmente è”.
  3. Il canone può essere riassunto in una parola, disinteresse. E come può il criticismo mostrare disinteresse? Per tenere a distanza ciò che è chiamato “la vista del concreto delle cose”; seguendo con decisione la legge della sua propria natura, quale è essere un’azione libera della mente su tutti i soggetti che tocca. Rifiuta fermamente di adattarsi ad alcune di quelle considerazioni di idee nascoste, politiche, pratiche […] con le quali la critica non ha nulla a che fare. Il suo affare è, come ho detto, semplicemente conoscere il meglio ciò che è conosciuto e pensato nel mondo, e nel suo ritorno rendere questo noto, per creare una corrente di idee vere e fresche.
  4. Il giudizio è spesso il portavoce del lavoro del critico, e così è in alcuni significati; ma il giudizio il quale, quasi insensibilmente, moduli se stesso in una mente equa e chiara, insieme ad una conoscenza pura, è inestimabile; e così conoscenza, e allo stesso modo conoscenza pura, devono essere la grande preoccupazione del critico.Il fine di ciò è di costituire il posto di un autore nella letteratura, e la sua relazione ad un modello centrale (e se ciò non viene fatto, come possiamo noi scoprire il meglio del mondo?).Il che produce la definizione finale della critica: un tentativo disinteressato di imparare e di propagare il meglio di ciò che è conosciuto e pensato nel mondo.
  5. La cultura, cercando disinteressatamente, nel suo mirare alla perfezione, di vedere le cose come sono veramente, ci mostra che cosa nobile e divina sia il lato religioso dell’uomo
  6. La cultura ha un’unica grande passione per la grazia e la luce. Ne ha una ancora più grande: la passione di farle prevalere. Non è contenta finché tutti noi non arriviamo ad una umanità perfetta.
  7. Nigel Lawson (rappresentante del governo tatcheriano)
  8. I processi per mezzo dei quali i soggetti sociali sono formati, ri-formati e abilitati a eseguire come rappresentanti consapevoli in un mondo apparentemente significativo.
  9. Il potere pastorale è una forma di potere il quale fa soggetti di gli individui. Ci sono due significati della parola “soggetto”: soggetto a qualcuno altro da controllo e dipendenza; oppure allacciato alla sua propria identità da una coscienza o auto-conoscenza. Entrambi i significati suggeriscono una forma di potere il quale soggioga e rende soggetti.

Citazioni (traduzione)

  1. Dal suo senso originale di attributo umano, un’abilità era diventata, nel periodo di cui siamo interessati, un genere di istituzione, un corpo fisso di attività di un genere certo. Un’arte era stata precedentemente qualsiasi abilità umana; ma arte, ora, ha significato un gruppo particolare di abilità, le arti “immaginative” o “creative”. Artisti voleva significare persone specializzate, come artigiano; ma “artista” ora ha assegnato a questi solo una particolare abilità. Più avanti, assumendo più importanza, arte è venuta a significare un genere speciale di verità, verità immaginativa, ed artista un genere speciale di persona, come le parole artistico e [artistical], per descrivere modi di essere dell’uomo, nuovi negli anni 40 del 1800. Un nome nuovo, estetica, è stato fondato per descrivere il giudizio di arte. Le arti- letteratura, musica, dipinto, scultura, teatro- sono state raggruppate insieme, nella loro nuova espressione, in quanto hanno essenzialmente qualcosa in comune che le distingue da altre abilità umane. La stessa separazione come si era sviluppata tra artista ed artigiano si è sviluppata tra artista ed maestro d’arte. Genio, dal significare una disposizione della caratteristica, è venuto volere dire abilità elevata, ed una distinzione è stata fatta tra esso e talento.
  2. Per Matthew Arnold la critica è “Il tentativo, in tutti rami della conoscenza, di vedere l’oggetto come realmente è”.
  3. Il canone può essere riassunto in una parola, disinteresse. E come può il criticismo mostrare disinteresse? Per tenere a distanza ciò che è chiamato “la vista del concreto delle cose”; seguendo con decisione la legge della sua propria natura, quale è essere un’azione libera della mente su tutti i soggetti che tocca. Rifiuta fermamente di adattarsi ad alcune di quelle considerazioni di idee nascoste, politiche, pratiche […] con le quali la critica non ha nulla a che fare. Il suo affare è, come ho detto, semplicemente conoscere il meglio di ciò che è conosciuto e pensato nel mondo, e nel suo ritorno rendere questo noto, per creare una corrente di idee vere e fresche.
  4. Il giudizio è spesso il portavoce del lavoro del critico, e così è in alcuni significati; ma il giudizio il quale, quasi insensibilmente, moduli se stesso in una mente equa e chiara, insieme ad una conoscenza pura, è inestimabile; e così conoscenza, e allo stesso modo conoscenza pura, devono essere la grande preoccupazione del critico.
    Il fine di ciò è di costituire il posto di un autore nella letteratura, e la sua relazione ad un modello centrale (e se ciò non viene fatto, come possiamo noi scoprire il meglio del mondo?).
    Il che produce la definizione finale della critica: un tentativo disinteressato di imparare e di propagare il meglio di ciò che è conosciuto e pensato nel mondo.
  5. I processi per mezzo dei quali i soggetti sociali sono formati, ri-formati e abilitati a eseguire come rappresentanti consapevoli in un mondo apparentemente significativo.
  6. Il potere pastorale è una forma di potere il quale fa soggetti gli individui. Ci sono due significati della parola “soggetto”: soggetto a qualcuno altro da controllo e dipendenza; oppure chi è allacciato alla propria identità da una coscienza o auto-conoscenza. Entrambi i significati suggeriscono una forma di potere il quale soggioga e rende soggetti.

Questo modello visualizza un percorso che si occupa di educare le masse a ciò che è cultura.

L’autore romantico è un individuo eccezionale che ha doti al di sopra della norma. L’idea che l’autore sia creatore nasce con il romanticismo, precedentemente l’unico creatore presente sulla scena era Dio. L’autore rappresenta la realtà.

Il critico è sulla soglia della sfera della cultura in quanto ha il compito di discriminare ciò che è cultura da ciò che non lo è.

Al di fuori c’è il lettore.

Modelli d’ideologia

Ci sono due nozioni d’ideologia:

  1. L’ideologia è descritta come un corpus statico di nozioni che mettono in relazione gli appartenenti ad una società orientando la percezione della realtà;
  2. Pensiero che domina gli studi contemporanei (fa riferimento a Faucault e Aldusser): non prevede l’ideologia come falsa coscienza ma come condizione perché un soggetto partecipi al corpo sociale.

Aldusser distingue la produzione materiale (basata su un sistema industriale e d’infrastrutture) dalla produzione simbolica: un piano di produzione che agisce sui sistemi di significazione (vedi Saussure).

Significazione

Ogni oggetto può essere riferito a tre livelli

Il significante non è altro che la forma (parlare = emettere suoni). A questo significante corrisponde il significato (concetto). Il referente è ciò cui questo rapporto fa riferimento nella realtà.

La significazione è il rapporto tra significante e significato. Saussure afferma che il rapporto tra i tre livelli è assolutamente arbitrario e convenzionale.

L’ideologia è precisamente ciò che struttura i sistemi di significazione. Ogni significazione è prodotta da sistemi linguistici e culturali per i quali agisce l’ideologia.

Aldusser dice che per la produzione ideologica esistono degli apparati produttivi: sistema educativo, religione, famiglia, media… Questi apparati possono anche essere repressivi, cioè intervengono a strutturare a livello simbolico il soggetto. Questi apparati repressivi si occupano del recupero forzato di chi ha esibito resistenza alla costituzione di un buon soggetto (carcere).

Vedi citazione 8: sono ideologici quei processi che consentono ad un soggetto di rendere comprensibile il mondo (= insieme caotico di segni). Il soggetto è dotato di senso da un processo ideologico. Comprendiamo questo concetto se pensiamo al soggetto nella sua ambiguità.

Vedi citazione 9: Faucault affronta l’ambiguità del soggetto (del termine latino SUBJECTUS). Parlando del potere pastorale, che alla fine del rinascimento è trasferito allo stato, dice che questo rende gli individui soggetti:

  1. Soggetti a qualcun altro attraverso il potere;
  2. Legati alla propria identità in quanto coscienti della propria esistenza, della propria identità.

Entrambi, conclude, suggeriscono una forma di potere che soggioga e rende soggetti a qualcuno. Per spiegare questa doppia forma di dominio Faucault usa un gioco di parole:

Conduire = condurre

Seconduire = condursi, comportarsi in modo appropriato.

L’autoconsapevolezza non è propria del bambino, ma “scatta” con il crescere; il bambino è condotto (dai genitori che rispondono per lui): il bambino diventa soggetto giuridico e punibile quando comincia a condursi (per convenzione 18 anni).

L’ideologia forma i buoni soggetti, conduce i soggetti a condursi, struttura il linguaggio costruendo il mondo come dotato di senso.

Questo modello ha senso solo se gli elementi sono disinteressati.

Modalità di costruzione del soggetto

Il soggetto è costruito dall’ideologia senza che il soggetto si senta “sottomesso” a questa, ma la possibilità stessa di essere soggetti è riconducibile direttamente all’ideologia. Chi sfugge al processo d’assoggettamento, è colui che non ha parte nel corpo sociale (pazzo, criminale). Il fatto stesso di pensarsi come unici è un effetto dell’ideologia. La forma di consapevolezza individuale è essa stessa una costruzione storico – ideologica.

Il processo d’assoggettamento è in stretta relazione ad un potere pastorale (M. Arnold). Secondo Foucau il potere pastorale si esercitava sulla coscienza fino a controllarla (confessione come sottomissione all’autorità divina). Nel ‘700 questo processo passa dalla Chiesa allo stato (Foucau) in quanto il potere della Chiesa è indebolito. Persiste la relazione tra l’individuo e il potere divino in senso verticale e con gli altri individui in senso orizzontale.

L’ideologia è un sistema di controllo dei segni, che rende naturale ciò che è artificiale, naturalizzando l’arbitrio.

I Culture Studies leggono la Cultura all’interno della cultura bassa, vedendola come un elemento di un sistema culturale che interagisce con gli altri elementi; leggono la Cultura con un’accezione analitica.

Mentre l’antropologia s’interessa degli oggetti culturali analizzandone la produzione materiale, i Culture Studies s’interessano agli stessi oggetti privilegiandone la rappresentazione simbolica.

Perché l’accezione tradizionale (vedi figura) si dice normativa? La Cultura coincide con il canone (= sommatoria di classici); la scuola ha il dovere di trasmettere il sapere contenuto nel classico (dal latino classis = appartenente alla prima classe dei cittadini, privilegiata). La parola canone ha anch’essa un significato etimologico rivelatorio: deriva dal greco cann, unità di misura; quindi ogni singolo autore è misurato ed inserito nel canone, il canone è l’insieme d’autori proposti come modelli o norme. Il termine canone ha un significato anche in senso religioso: complesso di scritti sacri ispirati dalla divinità o anche l’elenco dei santi ufficializzati dalla Chiesa. Possiamo quindi pensare al canone come insieme d’icone religiose.

In questo canone tutto ciò che ne è escluso è non – cultura, non – sede dell’umano.

Origini dei Culture Studies: emergono nel secondo dopoguerra in Inghilterra ed i testi pubblicati in questo periodo s’identificano all’interno di essi mentre la cultura si propone come “naturale”. Da un lato hanno un contesto filosofico: mettono in crisi la naturalità del segno (significato, significante, referente) che si considera arbitrario.

Alla generale messa in crisi dei principi romantici per mezzo di commistioni e citazioni si contrappone il sistema educativo diviso in quattro livelli:

  1. Oxbridge (Oxford + Cambridge): Università prestigiose ed antiche;
  2. Red brick: mattoni rossi, Università dell’alta borghesia;
  3. White tiles: piastrelle bianche, Università nate negli anni ’60, di massa;
  4. Politechnics: i politecnici, Università di recente, in precedenza scuole professionalizzanti per lo più frequentate da neri, donne e da chi era stato escluso dal processo formativo formale.

Quest’ampliamento del processo formativo influenzò la cultura e il canone mettendoli in crisi, in quanto chi accedeva alle White tiles ed ai Politechnics spesso non si riconosceva nei canoni. Siccome l’Università si finanziava anche con l’iscrizione degli studenti questi assumevano un potere contrattuale che faceva sì di dover rivedere gli insegnamenti e quindi il canone.

La Cultura perde la propria univocità e diventa una delle possibili culture, assume così un atteggiamento imperialista rivendicando sulle altre la propria naturalità. Nel momento in cui avviene questo processo entrano in scena i Culture Studies che prendono in esame la cultura nel complesso e, approfondendo l’aspetto sottoculturale, intendono la cultura come complesso di segni.

Hebdige studia la sottocultura in quanto sistema di resistenza, in contrapposizione a ciò che proponeva negli anni ’70 la sociologia, che voleva riassimilare la sottocultura alla Cultura. Al contrario i Culture Studies non si preoccupano di questo ma di analizzarlo come sistemi rituali che si strutturano attraverso segni.

Questi segni possono essere così individuati:

  • Spazi (clubs, periferie urbane ecc…);
  • Interazioni tra gli elementi interni con la cultura “normale”;
  • Forme di consumo culturale;
  • Sistema semiotico dell’abbigliamento.

Sistema dell’abbigliamento moderno

Nasce ad inizio ‘800. Precedentemente l’abbigliamento aveva la funzione di segnalare la classe sociale dell’individuo: era molto codificato come oggi il sistema vestimentario ecclesiastico.

A partire da inizio ‘800 s’incomincia a vestirsi sulla scorta vestimentario quacchera. L’abito moderno prevede un modello indifferenziato per tutti (giacca – pantalone).

Nel corso del ’800 cambiano i parametri di funzionalità dell’abito che è ricondotto ad una funzione di copertura, pudore ornamento. S’incomincia anche a studiare e a scrivere della moda. Ciò che emerge in sostanza è un principio d’utilitarismo.

L’abito, in sostanza, da forma al corpo e lo “costringe” a determinati comportamenti. Con l’ornamento, la donna appare più bella e attira gli uomini. Nel momento in cui l’abito è indifferenziato la differenza (tra classi) la fa il dettaglio: in base a questo si definisce la qualità dell’abito. In base ai dettagli, quindi, si costituisce lo stile di una persona. Oltre alla funzione decorativa è presente una funzione gerarchica che viene spostata alla donna: nel ‘800 tocca alla donna, attraverso le sue decorazioni, segnalare la ricchezza dell’uomo.

Nel corso del ‘800 l’abito diventa segno dell’interiorità dell’individuo (vedi Barthes citazioni 10 – 11): l’abito diventa linguaggio del suo tempo.

L’abito assume un significato in quanto ne produce costantemente pur essendo effettivamente vuoto di significato.

Barthes suggerisce di interpretare il rapporto costume / abbigliamento sulla base del rapporto lingua / parola. Barthes identifica il costume in quanto sistema e l’abbigliamento in quanto espressione individuale.

Oppure l’abbigliamento può essere distinto su due piani: sintagmatico e paradigmatico. Un enunciato opera su un piano paradigmatico quando vi è una relazione verticale tra gli elementi della frase ed altri possibili elementi. Opera su un piano sintagmatico quando prendiamo in esame i rapporti orizzontali tra gli elementi.

L’abbigliamento si costituisce sia in relazione paradigmatica che sintagmatica: vi è una relazione orizzontale (sintagmatica) tra le parti che compongono il vestito e vi è una relazione verticale (paradigmatica) tra l’abito indossato e gli altri possibili abiti.

E’ l’ideologia che imposta i parametri d’appropriabilità del vestito. L’individuo che non si veste secondo le regole della moda, è considerato lui stesso “out”, e non solo il suo sistema vestimentario.

Il dandy nasce ad inizio ‘800 dal sistema vestimentario borghese. Il principio del dandy è d’essere unico e irripetibile. Quando viene meno la possibilità d’essere unico in quanto è inserito in un sistema commerciale il dandismo muore.

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