Pedagogia interculturale: appunti

Pedagogia Interculturale aa 00/01

Docente: Di Giacinto

mercoledì 25 ottobre 2000

Decentramento: saper riconoscere altri schemi di riferimento, essere coscienti del fatto che questi altri schemi possano essere messi in atto.

Dinamica del cambiamento: capacità di cambiare i nostri riferimenti con il cambiare del contesto.

Dissonanza: capacità di accettare il cambiamento di una parte di sé, accettare che vi sia una dissonanza tra il sé attuale e quello passato.

Una delle resistenze fondamentali al cambiamento è la paura del cambiamento. Un cambiamento non accettato provoca difficoltà ad accettarsi e a riconoscersi (coscienza).

giovedì 26 ottobre 2000

Pedagogia interculturale: definizione:

L’interculturalità è la risposta educativa (pedagogia) RELAZIONALE alla società multiculturale o multietnica. Quindi la Pedagogia Interculturale pone l’accento sugli aspetti relazionali e affronta i rapporti tra individui provenienti da culture diverse.

Gli individui passano da una società all’altra ma NON passano da una cultura all’altra (nelle migrazioni). In questo passaggio ogni individuo porta la propria cultura. La Pedagogia Interculturale affronta il problema educativo al fine del rispetto tra gli individui.

La società multiculturale è uno spazio descrittivo in cui sono presenti individui di culture diverse (COMPRESENZA).

Una società interculturale è una società che mette in atto un progetto formativo – informativo al fine di educare reciprocamente gli individui che la abitano regolandone i comportamenti (DECENTRAMENTO).

La Pedagogia Interculturale tiene conto degli aspetti relazionali movendosi sui terreni difficili, nel suo essere stessa pedagogia, intendendo la promozione della persona al fine del rispetto reciproco.

Immigrati

  1. provenienza
  2. status (minori, donne, giovani, anziani)

Emigrazioni: quella italiana è stata il grande esodo della storia moderna: 12.000.000 espatri transoceanici tra il 1876 ed il 1985. L’immigrazione è stata il decollo umano delle americhe. 50.000.000 di persone di origine italiana vivono all’estero (oggi):

  • 15.000.000 in Argentina
  • 12.000.000 in USA
  • 8.000.000 in Brasile
  • ecc…

Immigrazioni: (al 31/12/99)

Numero di immigrati: 1.251.994 (con una incidenza del 2.6% sulla popolazione italiana).

Composizione religiosa:

  • 27.4% cattolici
  • 22.1% ortodossi e protestanti
  • 36.5% musulmani
  • 6.5% orientali
  • 7.5% altro

L’identità è un aspetto culturale di una persona che tiene conto del suo essere e della persona con cui interagisce. Essa vive in continua relazione con l’ambiente e con gli altri. I cambiamenti si muovono all’interno dell’identità.

Negoziazione: nel momento in cui una persona mette in atto dei cambiamenti entra in gioco la negoziazione. Si tratta di flussi comunicativi che realizzano il processo di crescita o di cambiamento.

giovedì 9 novembre 2000

Migrazioni

  • Mobilità sociale ascendente: tentativo di migliorare la propria condizione di vita

Gli italiani non si sono mai percepiti come etnia. Gli italiani diventano soggetto etnico quando emigrano, la loro eticità è determinata dall’estraneità dalla società d’accoglienza. Questo è un ostacolo all’inserimento, perché si ragiona solo nell’ambito della comunità e si rende difficile comunicare con altri gruppi sociali.

Ma il gruppo etnico diventa necessario quando si è rigettati dalla società ospite e non si ha possibilità di interagire, perché all’inizio offre un “ponte” tra il gruppo etnico e la società.

Quando si parla di etnia s’intende un gruppo umano che si distingue da altri per caratteristiche biogenetiche, estetiche e culturali. Si configura come esito di uno sviluppo socio – culturale all’interno di uno spazio Fisio – geografico e di un processo storico.

Un gruppo umano si autodefinisce gruppo etnico a cominciare dal riconoscimento di una storia comune.

L’esperienza della migrazione determina una destrutturazione della personalità che lo porta alla ricerca di una nuova identità che è la mediazione tra la vecchia e la nuova identità.

Nelle migrazioni si hanno gruppi umani con progetti diversi impegnati nella ricerca di soluzioni identitarie praticabili. Ma perché questo si realizzi si devono rispettare delle regole: devono essere garantite condizioni di scambio fondate su regole comuni, accettate da tutti i gruppi e nel rispetto di tutte le culture.

Sull’identificazione di un popolo con il territorio si sono basate gran parte delle guerre. Ma un popolo è tale in quanto condivide una storia, non in quanto vive un determinato territorio. Questo ribalta le condizioni di subalternità tra etnie di maggioranza e di minoranza.

La Nazione appare come una categoria di persone che si riconoscono associate quindi non c’è coincidenza tra territorio e gruppo di persone.

mercoledì 22 novembre 2000

La sovranità nazionale è vinta dal mondo della tecnologia e della comunicazione che non ha confini.

Universalismo e particolarismo insieme rappresentano il nuovo scenario della globalizzazione.

La società nel suo aspetto giuridico (nazione / comunità) deve riuscire a combinare libertà individuali con impegno sociale; la diversità con il senso di identità e di appartenenza in una contrattazione democratica della molteplicità.

Come si vede si passa continuamente da universalismo a particolarismo.

giovedì 23 novembre 2000

La comunità non implica l’omogeneità ma, oggi, ha come principale requisito la comprensione del significato che di volta in volta assumono le differenze sociali. Le identità si costituiscono di volta in volta a seconda delle relazioni, è, quindi, qualcosa in continuo cambiamento.

La comunità non si fonda su comunanze date, ma sullo creare comunanze. La pedagogia ha il compito di costruire le condizioni per cui si possano creare comunanze. Ha inoltre il compito di facilitare il cambiamento delle identità.

Da un lato c’è il pericolo della costituzione di movimenti nazionalistici, causati dalla complessità identitaria della comunità, che farebbero degenerare la costruzione interculturale in un diverso riassetto sociale. La paura che l’identità sociale collettiva venga modificata spinge a rifiutare altre culture.

Dall’altro lato la trasformazione sociale permette alla pedagogia di avere peso sulla nuova costruzione identitaria.

La nazione, in quanto strumento giuridico, deve garantire, super partes, la condizione dei diritti umani, impedendo gli abusi di potere derivati dalla complessità. Questo richiede che i cittadini sappiano superare le difficoltà create dall’alternarsi di uguaglianza e molteplicità.

Mercoledì 6 dicembre 2000

Politica del riconoscimento

Il rifiuto del riconoscimento non è solo una forma di negazione, ma una forma d’oppressione, che imprigiona gli individui nella negazione e nella sofferenza. Questa ferita è profonda e può lasciare segni nella costruzione della persona.

La politica del riconoscimento ha segnato la nascita di due condizioni: universalismo e politica della differenza.

  • Pari dignità (Universalismo): tutti gli esseri umani hanno pari dignità. Tutti sono uguali e degni di rispetto.
  • Politica della differenza: unicità. Ogni individuo è diverso e deve essere trattato diversamente.

Queste due posizioni sono in conflitto: il primo principio impone un trattamento omogeneo. Il secondo principio impone di riconoscere (e coltivare) la differenza.

L’universalismo è attaccato perché è espressione di una logica dell’identità che mira a ridurre le differenze. L’universalismo predilige una cultura omogenea. La società che si definisce EQUA, è in realtà molto discriminatoria. L’universalismo omologa le identità in una normalità che discrimina le differenze, perché la cultura egemone assume come normale se stessa. L’universalismo non combatte le differenze, ma non le riconosce.

L’ospite inquieta la società ospitante più che altro per la possibilità che ha di rimanervi, piuttosto che per la sua diversità. Si accetta lo straniero finché rimane diverso; nel momento in cui lo straniero esprime la volontà d’uguaglianza è respinto. Lo straniero non è il diverso assoluto, ma chi è eterogeneo e si mescola con gli ospitanti. Egli non fa parte della società dall’inizio, si è introdotto, e poiché tale deve essere identificato e possibilmente espulso. Il rischio è che la società identifichi come nemici gli stranieri interni (es.: gli omosessuali).

giovedì 7 dicembre 2000

I movimenti di contestazione negli USA hanno tematizzato l’oppressione ed i suoi meccanismi d’esclusione, proponendo, al mondo sociale e politico, la positività della loro differenza.

La forma linguistica segna un’ulteriore diversità. Bisogna sicuramente mettere la società ospitante in grado di comunicare con l’immigrato, insegnando a quest’ultimo la lingua ospitante. Ma l’alfabetizzazione non diventa un mezzo d’inserimento, ma opera una selezione escludendo chi non conosce la lingua ospitante.

mercoledì 10 gennaio 2001

L’educazione al bilinguismo è possibile purché precoce. Occorre però un’adeguata preparazione del corpo docente.

Valorizzare la lingua d’origine significa semplicemente considerarla, non è necessario, e sarebbe impensabile, che il docente gestisca tutte le lingue presenti in un’ipotetica classe plurilinguista. La lingua materna va valorizzata perché porta con sé vari elementi importanti dell’identità. Di fatto però la prassi non riconosce la lingua madre e si valuta il soggetto sulla base della conoscenza della lingua di accoglienza (lingua 2).

mercoledì 24 gennaio 2001

Relazione di Riccardo Damasio ( damaricca@hotmail.com ) Laboratorio Migrazioni (Incontro tra culture)

C/o Scuola Elementare Daneo ( labmigrazioni@comune.genova.it ) 0102770625

Punti principali della relazione:

  • globalità e molteplicità di linguaggi espressivi utilizzati
  • fornire materiale ai bambini
  • intercultura: rileggere le nostre cose a favore dello scambio
  • non si tratta di insegnare, se non che a essere se stessi, scoprendo i terreni che ci accomunano con gli altri
  • mettere in pratica l’interattività del dialogo
  • la maggior parte dei progetti è rivolta ai bambini italiani, per educarli alla comunicazione

giovedì 25 gennaio 2001

La comunicazione è una competenza relazionale. L’aspetto linguistico è solo uno degli elementi rilevanti nell’accadere comunicativo. La competenza linguistica è un aspetto importante, ma è anche importante avere una decodificazione corretta della comunicazione non verbale. La competenza linguistica è inscritta nella competenza comunicativa, di cui fa parte: la competenza paralinguistica (enfasi, tono, cadenza), la competenza cinesica (gesti), la competenza prossenica (distanza, contatto fisico), la competenza pragmatica (atteggiamento congruente alla situazione), la competenza socio – culturale (interazione pertinente al contesto).

Il comportamento comunicativo è un agire sociale, e non solo una verbalizzazione. In questo il parlante ed il ricevente attuano uno scambio interpersonale collaborativi e cooperativo.

La comunicazione interculturale è l’operazione concreta con la quale si supera l’etnocentrismo. Con la mediazione il flusso comunicativo è riaperto in un modo che è condiviso da tutte le parti. La mediazione mira a ristabilire un dialogo tra le parti, riorganizzando la relazione, che potrebbe essere sospesa o bloccata. La mediazione interculturale non vuole trasferire da una cultura all’altra elementi di queste, ma vuole sintetizzare alcuni elementi di una e dell’altra per favorire la comunicazione.

Il dialogo è uno “scambio di memorie”, che attraverso la “funzione narrativa” costituisce l’identità di una cultura (scambio tra norme, credenze, valori, ecc…).

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