Inglese 3 – Ciffarelli – Appunti

Gli studi di comunicazione interculturale nascono negli USA negli anni ’50 – ’60. Con l’illuminismo nasce la consapevolezza della supremazia europea. Con il tempo il concetto si allarga e si complica. Il concetto di occidente è una costruzione intellettuale più che un concetto geografico. Si intende per occidente una società capitalista, avanzata, modernizzata. Secondo La Touche il concetto di occidente non designa un luogo ma una direzione.

Dal punto di vista geografico l’Occidente ha a che fare con l’Europa (religione, razza, sistema economico, ecc…). Parlando di civiltà si parla di civiltà occidentale, indiana, cinese… Ma si parla di cultura africana e non di civiltà africana. La cultura è la risposta che i gruppi umani danno agli aspetti della propria esistenza. In questo concetto la sfera economica è inclusa all’interno. Nella modernità l’economia viene esclusa dalla cultura, che si riferisce solo alle produzioni intellettuali. Ma studiando una cultura, un antropologo studia tutto, anche l’economia. Nel mondo moderno esistono tante culture, il che ha creato delle stratificazioni e delle gerarchie (di potere). La nostra società è fatta di tante sottoculture. Il termine civiltà ha più o meno la stessa denotazione di cultura, ma viene usato, da noi, diversamente. Il concetto di civiltà è noto nella cultura moderna, la quale definisce civiltà la altre culture moderne, ma definisce culture le situazioni nelle quali è predominante l’elemento premoderno. La civilizzazione fu la scusa del colonialismo. Nella costituzione dell’Occidente come idea vi è intrinseco il concetto di missione civilizzatrice.

L’Occidente crede di risolvere i problemi dei paesi arretrati con il trasferimento della tecnologia. Ma la tecnologia non è informazione e l’informazione non è conoscenza, la conoscenza non è saggezza. Nelle civiltà premoderne non esisteva l’uomo colto, ma esisteva l’uomo saggio. Nella nostra civiltà esiste l’uomo colto, che è chi ha determinate conoscenze. L’uomo saggio era chi sapeva amministrare al meglio le proprie conoscenze. Nel momento in cui nascono le teorie di liberismo economico (fine ‘700), l’economia si autonomizza in quanto non deve avere influenze dai politici, dai letterati e da tutto ciò che riguarda il sociale. Nella cultura popolare esiste la saggezza, che noi abbiamo perso completamente. Con l’illuminismo, a fine ‘700, si inizia a riorganizzare il sapere ed il passato (enciclopedie, musei). Dietro alle esposizioni ed ai musei c’è una manomissione ideologica attuata da chi organizza materialmente l’esposizione. Infatti, uno stesso oggetto può essere esibito in diversi modi e spesso non vi è una comparazione tra diverse civiltà. L’organizzazione di queste esibizioni è fonte di potere ideologico. L’Oriente, così come l’Occidente, è una costruzione ideologica, rafforzata dal raffronto esistito nell’800, che poneva l’Occidente come propositore di tecnologia e conoscenza, e l’Oriente come esibitore di manufatti rurali. Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono Francia ed Inghilterra i maggiori responsabili dalla colonizzazione. Per un certo periodo venne considerato, dell’Oriente, solo l’India e le altre regioni menzionate dalla Bibbia.

Said individua una esteriorità della descrizione dell’Oriente che arriva dall’Occidente. Questa esteriorità afferma il carattere di rappresentazione. Questa rappresentazione ha una lunga storia, che parte dai greci. Lo scopo di chi si interessa all’Intercultura è quello di approfondire e analizzare questo tipo di rappresentazioni (stereotipi). La rappresentazione si sovrappone alla realtà, rendendola poco importante. Questo discorso, qui applicato da Said all’Oriente, può essere applicato a qualsiasi altra cultura. Spesso, quando si torna da un viaggio, si racconta delle persone conosciute nella meta della vacanza sulla base di ciò che noi facciamo. Un momento cruciale è la spedizione di Napoleone in Egitto, tramite la quale l’Europa incominciò a vedere l’Oriente in maniera più scientifica. Per molto tempo si è creduto che il linguaggio più antico fosse l’ebraico (quello della Bibbia) ma ad un certo punto si scoprono lingue ancora più antiche e si studiano. A lungo (fino al ‘800) il libro più letto fu la Bibbia. Con le scoperte e le esplorazioni geografiche ci si rende conto che la Bibbia non dice la verità sull’origine dell’uomo, in quanto si scopre che alcune civiltà (Cinese, Indiana) sono molto più antiche di quella Occidentale. Un pregiudizio è un giudizio che precede l’esperienza o un giudizio che viene dato in assenza di dati empirici. La cosa peggiore è che il pregiudizio orienta l’azione, non si limita ad una valutazione intellettuale. Il termine stereotipo nasce nel ‘700 nell’ambiente tipografico e indicava la riproduzione a stampa di immagini fisse.

Valerie considera come europei i popoli che hanno subito tra influenze fondamentali:

  • Impero romano
  • Cristianesimo
  • Civiltà greca

Secondo lui l’America è una creazione dell’Europa. La Grecia, Roma e gli USA sono tre grandi imperi che erano o sono tali in quanto egemonici politicamente ed economicamente. In effetti, se oggi l’inglese è diffuso come lingua internazionale è perché è la lingua degli USA, non di certo perché è la lingua parlata in Inghilterra. Dal 1815 al 1914 l’85% delle terre emerse erano colonie europee (soprattutto in Asia e in Africa). I due imperi più importanti erano quello Francese e quelle Inglese. Nel vicino oriente (l’oriente islamico), i due imperi erano spesso in conflitto. Alla fine il medio oriente fu spartito tra francesi e inglesi, per evitare una guerra e permettere comunque all’Inghilterra di avvicinarsi all’India.

Per noi è normale avere un documento d’identità, ma questa prassi è cominciata molto tardi, dopo la Prima Guerra Mondiale. L’identità è variabile, plurale e non riducibile. Si tratta di un processo che nel corso del tempo subisce modifiche. La formazione dell’identità avviene tramite un sistema relazionale all’interno di una comunità. Dal 1916 in poi in Francia è obbligatoria la carta d’identità per i lavoratori stranieri: nasce quindi il controllo poliziesco sull’identità. L’identità nazionale è l’unica cosa che rimane ai poverissimi, e dalla quale derivano alcuni diritti, come il diritto di voto. L’antropologo Remoti trovò in Africa una tribù che non aveva nome, ed i suoi membri non avevano nomi; riuscivano ad identificarsi tramite sistemi di parentela. Dopo qualche anno la stessa tribù chiese a Remoti di dargli un nome e di scrivere nei suoi libri il loro nome, che sarebbe quindi diventato ufficiale. Questo causò lotte con le tribù vicine, nel momento in cui questa tribù precedentemente senza nome poteva essere identificata.

È centrale in questi studi il concetto di rappresentazione culturale (rappresentazione del’Oriente). Un’opera letteraria è un prodotto culturale. Ma all’interno di una cultura esistono dei processi culturali. Quello che fa Said è proprio analizzare i processi culturali che hanno portato alla rappresentazione culturale dell’Oriente. Dagli anni ’60 in poi nella cultura anglosassone avvengono dei cambiamenti che portano a considerare i prodotti culturali come segni di cambiamento nei processi culturali. I Cultural Studies si interessano proprio a questi processi culturali.

Said è palestinese ed emigra negli USA. Il suo libro esco nel ’78 negli Stati Uniti ed è uno dei primi studi che lavora in ambito comparatistico, analizzando la cultura orientale attraverso la rappresentazione fatta dall’occidente. La decolonizzazione porta a questa elaborazione critica. Gli intellettuali come Said hanno avuto un’educazione di tipo occidentale, che in seguito li porterà a riflettere sui cambiamenti che questa ha apportato alle loro strutture culturali più profonde. In poche parole si cerca di capire come deculturalizzare la mente, attraverso l’analisi delle forme di colonizzazione culturale. Questo pone il problema della lingua con cui scrivere: c’è che sceglie la lingua d’origine e chi la lingua coloniale.

I Cultural Studies sono un’area di studio interdisciplinare che si occupa dall’analisi degli aspetti culturali della società. La cultura viene intesa in senso antropologico, come fatto sociale, come un insieme di significazioni storicamente prodotte in specifiche condizioni. Inizia in Inghilterra negli anni ’50. Il critico più importante è Raymond Williams (“Culture and Society”, “The Long Revolution”), ex insegnante di inglese a Cambridge. Williams rilegge il canone della letteratura inglese ponendo la discussione sulla ridefinizione ideologica che ha portato all’individuazione dell’Arte Universale e Assoluta. Secondo Williams non esistono valori universali ma storicamente determinati. Esistono processi storici di produzione culturale che la opere d’arte assimilano. Secondo Williams la cultura è un’esperienza che tutti condividono e nella quale letteratura e arte occupano ruoli altamente simbolici. Negli anni ’60 Levy Strauss e Al Thoussere danno un grosso contributo ai Cultural Studies. Secondo Strauss non si è mai consapevoli al cento per cento della cultura in cui si è immersi. Al Thoussere parla invece di rappresentaizone culturale: il compito di un’analisi culturale è quello di decodificare il processo di rappresentazione che fa sì che un’esperienza nasca, pìuttosto che analizzare l’esperienza in sè. Al Thoussere determina le sottoculture ponendole in relazione con la cultura egemone, e quindi giustificandole come prodotti di questa. Foucault è uno psicanalista francese che insieme a Gramsci influenza i Cultural Studies. Gramsci parla proprio di cultura egemone e della possibilità, in un’ottica marxista, di rovesciare l’egemonia culturale e politica. Foucault e Gramsci influenzano tantissimo l’opera di Said. Se i Cultural Studies nascono in Gran Bretagna e poi passano agli Stati Uniti, altre teorie post – coloniali (Post-colonials Studies) si sviluppano a partire dagli USA e poi passano in Gran Bretagna. In effetti, gli Stati Uniti nascono come nazione che ha accumulato più culture. Negli ultimi anni si è attuata una politica diversa dal meltin-pot, vedendo la socità come multiculturale. Gli studi post – coloniali fin dall’inizio si pongono in una condizione di critica verso le politiche liberali, affermando che in effetti non è vero che si è tutti uguali e con le stesse possibilità: quindi non esiste l’omogeneità culturale, ma ci sono dei grossi casi di marginalità.

La cultura viene vista come intrecci e relazioni tra forze culturali egemoni e forze culturali subalterne. Gli studi post – coloniali nascono nelle università americane da studiosi immigrati. Si tratta di intellettuali cresciuti in Europa o nelgi Stati Uniti che avevano sperimentato la colonizzazione (anche culturale). Quello che interessa veramente non è la riscoperta delle proprie origini ma lo studio della forme di condizionamente attuate dai bianchi. Si pone anche il problema dell’identità, divisa dal colonialismo. La cultura egemonica porta alla spersonalizzazione del nativo uniformandolo ai suoi canoni. Il “discorso coloniale” è l’insieme delle strategie di potere che l’occidente ha impiegato nella costruzione dei soggetti coloniali. Lo scopo di questi autori è l’analisi dell’ideologia che ha portato alla costruzione delle sottoculture e alla omogeneizzazione attuata dalla cultura egemonica. Per decolonizzare la mente è necessario capire le forme di dominio culturale inconsce. Una delle critiche poste a Said è il fatto che lui veda la cultura europea come una cultura omogenea. In pratica considera solo testi che lo portino alla sua tesi. Un’altra critica è l’esclusione di voci e autori femminili. Un’ulteriore critica è la visione dualistica molto netta che divide precisamente oriente e occidente. Said non concede alla cultura orientale la possibilità di autodefinirsi, in quanto schiacciata dalla rappresentazione occidentale.

Ngugi Wa Thiong’o

Avviene una gerarchizzazione della cultura che ha come apice la cultura occidentale. Solo lavorando, nella pratica, all’interno di una cultura, si può arrivare in fondo ad essa. Ma non esiste una cultura che possa servire da parametro per le altre. La cultura non è astratta, ma è qualcosa che nasce dalle relazioni dell’uomo con l’ambiente e con gli altri uomini. Lo studio delle culture è lo studio di un processo in continua evoluzione ad in continuo movimento. Lo svilupo dell’Occidente degli ultimi quattrocento anni è il risultato di movimenti interni ma anche dei confronti con le culture africane, asiatiche e sudamericane. Le discipline come antropologia ed etnografia inizialmente studiavano le altre culture, di certo non quella occidentale. La prima generazione di scrittori africani parlava dell’Africa, la seconda generazione, invece, parla all’Africa. Infatti, Thiong’o scrive in una lingua locale. Non basta analizzare le culture nel loro movimento ma occorre analizzarle nelle loro interconnessioni dinamiche. Secondo Thiong’o non esiste un centro del mondo, ma ne esistono diversi. Esempio di potere della rappresentazione sono le proiezioni geografiche di Mercatore, che distribuiva il margine di errore a discapito dell’emisfero australe (sud del mondo). Il geografo tedesco Peters ha ridisegnato la proiezione geografica del mondo su un piano distribuendo il margine d’errore in modo omogeneo tra i vari paesi e rispettando le proporzioni di dimensione dei territori. Ne risulta che l’Europa è piccolissima e l’Africa e l’America del Sud gigantesche, rispetto a come siamo abituati a vederle.

Thiong’o: “Imperialismo linguistico”

Una lingua ha due funzioni: veifolo di comunicazione e memoria collettiva. Quando un popolo (ad esempio Scandinavi) sceglie di parlare inglese lo fa su basi di parità e uguaglianza, e non sostituisce la propria lingua con quella inglese. Ma se l’incontro tra nazioni non avviene su basi di uguaglianza (come nel caso dell’Africa) si identifica una lingua oppressiva e una lingua oppressa. Furono attuate vere e proprie politiche mirate a sopprimere a lingua indigena, a favore della lingua coloniale. La salvezza delle lingua africane sono state le masse non alfabetizzate, che hanno mantenuto in vita gli idiomi indigeni.

L’inglese parlato nelle colonie si è trasformato nel tempo, tanto che si può parlare di più lingue inglesi. Nelle società post – coloniali lo scrittore ha anche il ruolo di portavoce e coscienza politica e sociale, a differenza delle società occidentali, dove lo scrittore ha perso questa funzione. Gli scrittori africani trasportano l’oralità nei loro scritti usando una lingua (coloniale) non corretta, quindi più vicina a quella parlata; usano molti proverbi; usano la non – linearità temporale degli eventi; traducono la sintassi orale delle lingue locali nella lingua coloniale, adattandola ai tempi della conversazione in lingua locale. La letteratura orale è l’intertesto immaginario della tradizione africana. Negli autori sudamericani a indiani ritroviamo l’Epica, cha da noi è sparita con l’avvento del minimalismo. L’Epica è il collegamento tra la letteratura e la memoria storica. Thiong’o dice che lo scrittore africano nasce sull’onda dei movimenti indipendentisti che scuotevano il mondo negli anni ’50 e ’60.

Gianni Celati

C’è un rapporto fondamentale tra esotismo e orientalismo. L’esotismo, come corrente letteraria, si sviluppa a fine ‘800. Questa letteratura esotica è una rappresentazione di mondi lontani secondo criteri estetici. Al fenomeno politico economico dell’imperialismo si accompagna una curiosità scientifica e un’estetizzazione artistica immaginaria. Esotismo e ricerca etnografica sono l’opposto dell’imperialismo. Il colonialismo è un meccanismo di controllo di un territorio. Questo meccanismo coinvolge sia i colonizzati che i colonizzatori, in quanto influenza sia una cultura che l’altra. Oggi il mondo è sottoposto a fenomeni di deterritorializzazione e di riterritorializzazione (vedi ex URSS). Una volta un clan abitava un territorio. Quando gli uomini hanno cominciato a muoversi il legame con il territorio è venuto meno. Quindi gli stati moderni hanno dovuto basarsi sul concetto di cittadinanza e domicilio.

L’imperialismo scaturisce dall’industrializzazione e dalla necessità di rifornirsi di materie prime e manodopera. Successivamente le colonie verranno trasformate in mercati. Questo sistema ha creato un processo di mobilità, all’interno di un paese, dove le persone si spostano verso i centri economici che garantiscono lavoro e ricchezza. In seguito questa mobilità si estenderà a livello mondiale. Si creano quindi valori territoriali determinati dal grado di ricchezza economica; altre aree verranno destinate a riserve naturali (vedi Liguria: ponente = industrializzazione, levante = preservazione della natura).

Il progetto di colonialismo quindi prevede una mobilità e una deterritorializzazione dell’europeo, che deve ricostruirsi nella colonia quello che ha lasciato in Europa. Per questo nelle colonie si usa la lingua coloniale come lingua ufficiale, ma si mantengono gli indigeni in una situazione di bilinguismo, per mantenere degli spazi che garantiscano l’autenticità del luogo. Il colonialismo è un’estensione della macchina statale fuori dal territorio metropolitano. Uno stato è strettamente collegato al territorio e nasce sulla base di un territorio. Successivamente avviene il processo di estensione ad altri territori.

L’esotismo è un modo per catturare la diversità e renderla uno stereotipo, che è ciò che l’occidentale vuole. L’esotismo sviluppa la meraviglia della scoperta di luoghi esotici.

Umberto Eco

Un elemento di confusione è che spesso non si riescono ad identificare le nostre radici, quelle degli altri e il giudizio. L’antropologia culturale nasce per rimediare ai danni fatti dal colonialismo, e gli antropologi hanno descritto, studiato e capito le culture esotiche, ma non hanno di certo cominciato a vivere come loro. Per giudicare una cultura è necessario definire dei parametri di giudizio, che dipendono dal nostro sistema di valori. Il giudizio basato su richiami storici, oltre ad essere una lama a doppio taglio, non è corretto. Occorre usare parametri su base contemporanea. Ma per negoziare dei parametri occorre essere disposti a cedere qualcosa. Gli europei hanno sempre studiato le altre culture, ma, solo con il progetto Transcultura, per la prima volta degli africani e degli asiatici hanno studiato la cultura europea per descriverla ai loro concittadini e anche a noi. In passato gli arabi avevano scritto dei trattati sull’Europa, ma ci sono giunti incompleti e in minima parte.

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