Inglese 3 – Cattaneo – Appunti

Giovedì 07 marzo 2002

Brodsky, madrelingua russo d’origine ebraica, perseguitato per ragioni politiche, imprigionato dal regime perché dissidente, si trasferisce in America e scrive in inglese, nei primi anni ’80. Nasce nel 1940 e muore nel 1996. Quando “passa all’Occidente” comincia a scrivere in inglese, e la prefazione al libro “Dall’esilio”, nella versione italiana è in inglese.

Derek Walcott è un poeta caraibico e dieci anni fa (1992) fu nobel per la letteratura. Nasce nel 1930 a Santa Lucia, un’isola dei Caraibi a Trinidad, che ha una forte stereotipizzazione sociale causa del processo di colonizzazione che ha sovrapposto le culture inglese e francesi a quelle amerinde. La lingua dell’isola è l’inglese, ma vi sono forti presenza di Patois, un dialetto d’origine francese. A queste tre culture va aggiunta quella africana (importata con gli schiavi). Nella poesia di Walcott ricorre il tema del “Middle passage”, il tragitto Africa – America degli schiavi. Walcott frequenta una scuola inglese; come molti altri scrittori sente il bisogno di lasciare il luogo natio per raggiungere un grande centro di cultura. Così, come molti altri “voluntary exile” subisce un “deplacement”, giacché scrittore di colore in una nazione bianca (o in ogni modo retta dai bianchi). Nel periodo ’40 – ’50 l’integrazione razziale era ancora un’utopia, il che causava un’estraneità culturale nello scrittore.

Naipaul, nobel per la letteratura nel 2001, è d’aspetto indiano asiatico; questo perché all’inizio del ‘900 molta manodopera indiana fu importata nei Caraibi. Questo crea un’ulteriore stratificazione culturale. Naipaul è caraibico di nascita e frequenta una scuola inglese, per questo assimila la cultura anglosassone, ma è d’origine indiana, che è una cultura molto radicata e di grande tradizione, con una religione molto forte con tendenze a mantenere le proprie tradizioni e a non integrarsi. Quindi, per Naipaul le differenza culturali sono più forti che negli altri autori. Nasce a Trinidad, isola che offre opportunità culturali. Naipaul gravita fortemente verso il Regno Unito piuttosto che gli USA, a differenza di Walcott. Nei suoi libri troviamo descrizioni precise di come un giovane West Indian d’origine indiana si possa sentire totalmente fuori luogo nell’Inghilterra degli anni ’50.

Questi tre autori ci fanno già capire come il discorso sull’esilio sia complesso. Brodsky rappresenta una forma d’esilio non voluto. E’ accolto nell’Occidente quasi come un profeta, poiché dissidente russo e quindi “caso politico” interessante. Walcott e Naipaul da giovani sperimentano gli aspetti peggiori dell’esilio: la differenza culturale, il razzismo e la diversità linguistica (perché parlano un inglese diverso). Questi autori permettono riflessioni sulla condizione dell’esilio per l’uomo in generale e per lo scrittore in particolare. Molti scrittori europei si sono auto – esiliati, per raggiungere i centri culturali. L’esilio, in senso ampio, comporta una dicotomia centro – periferia. Lo scrittore deve andare al centro se vuole essere letto e conoscere altri colleghi. Il rapporto centro – periferia è gerarchico.

Dai romantici (fine ‘700) in avanti, gli scrittori si sono spesso trovati in contrasto con l’establishment, scegliendo l’esilio, volontario o coatto, attuato con il viaggio verso altri centri, alla ricerca della propria identità. Dal secondo dopoguerra molti scrittori si spostano, invece, verso la periferia, alla ricerca di luoghi culturali nuovi ed inesplorati.

Exile – esilio

La parola inglese deriva dal latino exilium. Secondo una delle interpretazioni deriva da ex – solum, vale a dire allontanarsi dalla patria. Un’altra interpretazione è ex – *lu (lu è un prefisso indoeuropeo che indica camminare, muoversi). Ex in latino sta per “da”. Queste etimologie indicano in ogni caso un movimento da un luogo d’origine. S’intende un movimento forzato, causato da uno stato d’insoddisfazione. Exile in inglese significa sia esilio sia esiliato. Una differenza dal termine espatriate è che quest’ultimo significa esiliato volontario. Si usa per autori americani che si spostano in Europa per trovare condizioni più adatte alla scrittura.
Fino al Rinascimento, exilium era usato in senso tecnico, vale a dire per chi era allontanato forzatamente dall’autorità (Dante). In epoca classica un esempio è Ovidio, che fu mandato nell’attuale Romania da Augusto. Con i grandi viaggi di scoperta ed il colonialismo comincia un fenomeno tipicamente moderno, gli spostamenti di massa, molto spesso non volontari. Nella prima fase del colonialismo, esso ha implicato grossi spostamenti di masse (schiavitù). Ma anche per molti europei che si spostarono in America, Australia o Africa il trasferimento è forzato, costretto dall’impossibilità d’avere libertà di culto (puritani inglesi). Anche molti delinquenti furono costretti ad una schiavitù a termine per scontare le pene (Australia). Questi spostamenti di massa messi in moto dal colonialismo sono di difficile previsione. Ad esempio molti neri figli di schiavi si spostano in Gran Bretagna, in seguito alla caduta dell’Impero Inglese, così come i Pakistani o gli Indiani, figli del colonialismo.

Un altro termine ricorrente è quello di diaspora, che significa dispersione; deriva da un termine greco che significa disperdersi. Questo termine si riferisce non ad un singolo individuo ma ad intere popolazioni (ebrei). Questi spostamenti sono dovuti a sfruttamenti economici, schiavitù, alla base dell’economia del nuovo mondo, indenture labor, un sistema per cui il lavorante immigrato firma un contratto che lo obbliga a restare per un numero molto elevato d’anni; in questi casi il termine esilio assume una connotazione meno romantica.

Brodsky non separa il discorso dell’esilio da quello della migrazione. L’esilio che ha in mente Brodsky è profondamente diverso da quello, ad esempio, di Shakespeare, che puntava sulla perdita della lingua madre (Riccardo I, atto I, scena 3). La lingua è fondamentale perché si lega all’identità, per gli uomini comuni ma ancor di più per gli scrittori. Una delle posizioni fondamentali di Brodsky è che la lingua e la letteratura non sono uno svago ma una necessità fisiologica dell’individuo e della società, perché danno la capacità di reazione. Infatti, i totalitarismi si fondano su una semplificazione del linguaggio (sigle misteriose) e il colonialismo si fonda sulla penetrazione linguistica.

Venerdì 08 marzo 2002

Exile è normalmente inteso come separazione da un luogo fisico secondo origine culturale o storica. L’allontanamento dall’origine culturale tocca quei fenomeni più grandi come le migrazioni. Storicamente l’esilio è molto frequente. Per quanto riguarda gli individui, l’esilio è una condizione tipica degli scrittori, ad esempio i grandi romantici inglesi che lo sperimentarono quasi tutti. Per quanto riguarda le masse d’individui, l’esilio è lo stesso una condizione diffusa (diaspora ebrea, puritani inglesi, ugonotti francesi, i greci in Turchia negli anni ’10, gli istriani nel 1946, i friulani durante il fascismo).

Esilio culturale

Parlando d’esilio culturale riferito ad autori contemporanei, ci si rivolge inevitabilmente a problemi più ampi: il senso d’estraneità culturale è condizione di sradicamento ed è presente nelle società apparentemente stabili. Ad esempio, negli USA, che sono considerati economicamente e militarmente il paese più importante del mondo, il senso d’esilio culturale è fortissimo; l’americano, da 150 anni a questa parte, ha sentito il bisogno di ritrovare le proprie radici, e, se quest’esigenza era, inizialmente, solo di grandi autori o di ricchi turisti, nel corso del ‘900 l’esigenza è diventata visibile in questi tutti gli americani: infatti, la maggior parte appena può viaggia in Europa, alla ricerca delle proprie origini. I figli d’immigrati italiani di prima generazione prendevano nomi inglesi, le generazioni successive hanno recuperato l’uso di nomi italiani, come esibizione della propria origine culturale; l’esigenza di recuperare le proprie radici divenne particolarmente sentita con le lotte razziali degli anni ’50 e ’60, nel momento in cui gli afro – americani lottarono contro la segregazione, a causa del senso culturale d’esilio sentito dalle persone; anche in questo caso molti afro – americani cambiano il nome con uno di derivazione africana o araba.

Il senso di esilio culturale è presente, in modi meno ovvi, nel turismo di massa, legato alla colonizzazione, che ha come effetto pratico lo spostamento costante di milioni di persone ogni giorno nel mondo. Questi spostamenti costituiscono stacchi bruschi sia per il turista sia per la popolazione locale, che si ritrova invasa da culture diverse. Occorre distinguere il viaggiatore dal turista: il viaggiatore dedicava al viaggio mesi o addirittura anni, conosceva le culture con cui entrava in contatto e subiva un processo di parziale assimilazione; il turista moderno si sposta in poche ore da un emisfero all’altro senza passaggi intermedi, ha molti meno rapporti con le lingue e la cultura del luogo.

Giovedì 14 marzo 2002

I saggi che c’interessano di più in “Fuga da Bisanzio” sono “Il figlio della civiltà” e “Per compiacere un’ombra”. In quest’ultimo Brodsky parla di W. H. Auden, che è un poeta inglese che lo influenza particolarmente. Brodsky cerca di figurarsi Auden e trova una piccola foto. Lasciando la Russia vola In Austria, dove Auden vive (morirà l’anno seguente). Auden viaggia per tutto il mondo, soprattutto negli anni ’30; nel dopoguerra si stabilisce negli USA e poi in Austria. Per questo Auden rappresenta lo scrittore “sradicato”.

Exotic – esotico

Questa parola entra nel vocabolario inglese nel 1599, con il significato di straniero, introdotto dall’esterno, non indigeno. A metà ‘600 il termine ha acquisito il significato di straniero nel senso romantico; in questo periodo, in inglese, il termine sottintende non tanto lo straniero, ma qualcosa di culturalmente diverso (usato per individui, luoghi, piante, animali). Nel secolo XIX, epoca dei grandi imperi coloniali, l’esotico è mostrato al pubblico europeo attraverso zoo, serre, musei (che raccolgono artigianato o arte). Sono esibiti anche uomini (La Tempesta, Shakespeare), con finalità scientifiche, vale a dire d’esame di razze diverse. L’esotico, così come inteso, implica il controllo europeo di ciò che è distante (zoo). Nel secondo ‘900 questa tendenza decade, nel momento in cui l’esotico è vivibile tramite il turismo di massa. Questo appena illustrato è il concetto d’esotico dal punto di vista europeo.

Nei paesi colonizzati, nella fattispecie nei Caraibi, il fenomeno è inverso, perché gli studenti caraibici che vanno in scuole inglesi, linguisticamente nascono e crescono con un linguaggio che vede certi tipi d’animali e piante com’esotici, ma per loro questi sono assolutamente naturali, corrispondono al loro habitat, e quindi considerano esotici animali e piante tipicamente europei (quercia, tasso). Gli scrittori educati nelle ex colonie erano formati con un linguaggio che definiva esotico quello che per loro è naturale, e viceversa. Così questi scrittori subiscono una “scollatura” tra linguaggio e luogo (sanno descrivere la neve ma non l’hanno mai vista, mentre non hanno un linguaggio per descrivere l’uragano).

Il concetto di esotico parte da una dicotomia centro – periferia, che è una visione moderna che divide il mondo in queste due aree, e corrisponde ad una reazione psicologica comune. Si crea, dal ‘500 in avanti, un sistema di pensiero globalizzante, per cui tutto il mondo è diviso in centro e periferia. Il concetto di centro è, dal nostro punto di vista, un concetto che vede al centro l’Europa o le sue propaggini (America del Nord, Australia, Nuova Zelanda ecc…). È una visione della storia che è definita eurocentrica. In termini storici il centro è stato visto come sinonimo di civiltà e superiorità. In questa visione, dal ‘500 in avanti e soprattutto nell’800, l’idea principale è stata che il centro deve andare verso la periferia, per renderla simile, e la periferia deve andare verso il centro per assimilarsi. Nella prima fase coloniale il centro va fisicamente nella periferia. Nel periodo post coloniale sono le popolazioni della periferia che migrano verso il centro. Entrambi i movimenti presuppongono l’assimilazione al modello del centro.

Nation language

Si intende un linguaggio nazionale nel senso di linguaggio che è formalmente, ad esempio, inglese, ma che in realtà corrisponde ad un istinto non inglese, ad esempio caraibico. Si distingue il nation language dal dialetto (Patois), il quale è comunemente visto come una distorsione della lingua ufficiale.

Il concetto di dialetto come lingua imperfetta è stato corretto dalla linguistica moderna. La rivalutazione del dialetto, lingua locale o gergo, dipende dalla consapevolezza che la lingua perfetta esiste ma solo come prodotto di una classe dirigente. Questa non è una critica alle lingue perfette ma una presa di coscienza della differenza tra chi parla una lingua e chi parla un dialetto. Questa divisione, storicamente, ha creato un centro ed una periferia (UK – colonie) e funzionava anche all’interno, ad esempio, della Gran Bretagna (Scozia – Inghilterra).

Tutto questo sottolinea l’importanza del linguaggio per una nazione, una civiltà. Il linguaggio è motivo di scontro, a livello individuale o nazionale, e crea una stacco tra la cultura d’origine e l’educazione.

Metropoli e oltremare

Nel mondo greco romano la metropoli è la città madre, che aveva un rapporto stretto con le colonie. Il termine metropoli è spesso usato per indicare il centro.

Place – luogo

Questo concetto va inteso, almeno all’inizio, non solo in senso letterale per cui ogni spazio fisico è un luogo, ma come spazio fisico fondamentale per la formazione dell’identità culturale.

Certe “credenze” dei popoli che creano un rapporto stretto tra persone e territorio, erano fino al rinascimento tipiche anche degli europei (genius loci, ogni luogo ha un suo genio). Ancora nel ‘700 le grandi regole architettoniche disposte dagli architetti prevedevano di consultare il genius loci, per cui ogni luogo ha una sua anima, così come l’uomo, che è inserito e radicato in quel contesto. Questo concetto viene messo in discussione storica, perché l’esperienza coloniale provoca una profonda spaccature nel senso di unità tra individuo e luogo, poiché l’esperienza coloniale significa spostamento, anche forzato, di molti europei. Ancora più evidente oggi questo senso di spaccatura sperimentato dalle popolazioni indigene americane, o dagli schiavi spostati dall’Africa all’America. Il denominatore comune di questa esperienza è la mancanza di un linguaggio adeguato. Questo senso di distaccamento è provato anche da autori delle colonie di origine inglese, nel momento in cui le letterature coloniali passano nella fase post coloniale; se queste prima riproducono il modello coloniale, successivamente cominciano a scrivere con voce propria e a parlare del proprio territorio e del proprio popolo. Allargando il discorso, questo senso di distaccamento è un fenomeno generale del mondo moderno, che il colonialismo porta in evidenza, con la scienza moderna che nel ‘600 perfeziona il calcolo del tempo, con gli orologi meccanici. Il concetto di tempo è strettamente collegato a quello di spazio. L’orologio separa la concezione del tempo da quella di spazio, rendendo il tempo un concetto astratto e non più un concetto percepito individualmente. Il concetto di spazio cambia in senso astratto e globale con la cartografia, cioè un tipo di rilevamento dello spazio che, se una volta corrispondeva al desiderio di descrivere il mondo, si perfeziona e divide il mondo secondo un meridiano fondamentale, che non a caso passa per Greenwich, centro del grande impero Inglese. Il parallelo equatore divide il mondo tra nord e sud, creando questo fondamentale “contrasto”.

Il desiderio della cartografia di fissare il mondo dipende dal concetto di luogo come proprietà. Nel ‘500 assistiamo al fenomeno inglese delle enclosures, recinzioni che delimitavano il territorio, trasformandolo da terreno comune a terreno privato. I campi inglesi erano aperti al pascolo, anche se formalmente di proprietà del re. Il fenomeno delle enclosures si lega a quello della colonizzazione. La preoccupazione dei colonizzatori era di appropriarsi della terra, ma il concetto di proprietà della terra era alieno per gli indigeni, secondo i quali la terra non appartiene a nessuno. Nella conquista dell’america settentrionale gli inglesi si stupiscono del fatto che i capi indiani “cedono” la terra agli inglesi solo per il fatto di compiacerli, perché secondo i pellerossa la terra non era la loro.

La proprietà è un concetto giuridico, il possesso è un dato di fatto. L’idea di proprietà della terra viene espressa bene da John Locke, che afferma che è vero che i prodotti della terra sono, in un certo senso, di tutti, ma ciò che li giustifica è il lavoro: “Colui che lavora la terra la delimita dalla terra comune”.

La moderna società illuministica definisce la differenza esatta tra l’uso della terra da parte degli indigeni (momentaneo) e l’uso che ne fanno gli europei (razionale). Tutto questo presuppone una concezione della storia, alla base del colonialismo, eurocentrica, e una concezione di luogo nel senso di palinsesto, cioè di spazio “su cui si può scrivere”. Il palinsesto è un fenomeno di scrittura caratterizzato da sovrapposizioni.

Venerdì 15 marzo 2002

Displacement

Condizione tipica, un tempo, dell’esilio in senso stretto. Dal Rinascimento in avanti è diventato condizione generale di gran parte dell’umanità (colonizzati e colonizzatori). Così come il concetto di enclosure si legava a quello di place, così border o frontier ci riporta a displacement. L’iconografia dell’800 americano è stata simile a quella del colonialismo europeo in Africa, e cioè che la civiltà avanza secondo una linea, e la cartografia segna confini precisi.

Spatial history

Concetto introdotto da Paul Carter, australiano. La storia moderna europea ha bisogno di uno spazio vuoto su cui scriversi (o iscriversi), il che è sempre stato vero in tutta la storia. La storia è quindi vista come iscrizione su un luogo e successive sovraiscrizioni. Il place diventa quindi una sorta di empty stage su cui la storia coloniale scrive e di volta in volta si attua. Qui, l’operazione linguistica è fondamentale. Il naming è la componente prima di ogni colonialismo, ed è l’indicatore primo di ogni esilio. Il naming è essenziale nella costruzione di un mondo diviso tra metropoli e colonie. Questa divisione rende permanente la condizione di esilio dell’uomo moderno.

La famosa divisione nord / sud del mondo, dove secondo uno stereotipo comune il nord sta per civiltà e sviluppo ed il sud per arretratezza e mancanza di sviluppo, ha un senso relativo. Ci sono paesi nell’emisfero australe che sono inseriti nel modello occidentale e nell’emisfero boreale ci sono paesi comunemente associati al terzo mondo. Tutto questo è portato all’estremo dallo scrittore, in modo da rendere la condizione dell’esilio fruibile dal lettore.

Brodsky (1940, Leningrado)

In “La Condizione che Chiamiamo Esilio”, afferma che lo scrittore esiliato molto spesso trova, in esilio, alcune delle sue radici; lo scrittore spesso si sente esiliato in patria. Brodsky nasce in una città che è una creazione imperiale, fondata da Pietro Il Grande ex novo. È fin dall’inizio una città che nasce su progetto illuministico per dare l’impressione di grande potenza e grande forza. Come molte città coloniali esemplifica la forza della nazione russa e tutto è disegnato e costruito con criteri imperiali (viali e colonnate enormi, ecc…). Essendo una città creata dal nulla i suoi abitanti sono tutti immigrati, e Brodsky sente quest’aspetto. La condizione di esule è sperimentata dal poeta già all’interno del proprio paese.

Nel momento in cui lascia l’URSS sente, da un certo punto di vista, di tornare a casa, nel senso che si muove verso le ragioni stesse che lo hanno costretto a lasciare la madrepatria. Tutto il discorso di Brodsky è caratterizzato da una visione dell’occidente come luogo ideale, una sorta di paradiso delle libertà individuali.

La scrittura di Brodsky è “ingannevolmente” semplice e una volta dato il suo assioma, l’esule va dal peggio verso il meglio, sostiene che lo scrittore si trova in una società in cui sente di non poter svolgere un significativo ruolo sociale, condizione che nessun scrittore, esule o no, può accettare. Uno dei motivi di questa sensazione è dato dalla barriera linguistica, il primo grande problema per gli esuli, ancor di più per gli scrittori. È questa una delle ragioni per cui Brodsky decide di adottare la lingua inglese e fino al 1996, anno della morte, scrive in questa lingua. Lo scrittore è tormentato dalla voglia di essere ascoltato, e questa riflessione porta Brodsky ad una prima considerazione: l’esilio insegna l’umiltà. L’esule prova in modo diretto la sensazione di essere diverso, alieno e di non avere la capacità di comunicare. Una seconda riflessione di Brodsky sull’esilio è che l’esilio è una condizione metafisica, in senso letterario. La riflessione metafisica è la più difficile da accettare e anche lo scrittore preferisce concentrarsi sul tangibile, sul reale (partecipando a dibattiti, scrivendo sui giornali, polemizzando con l’ex patria, ecc…).

La terza verità di Brodsky riguarda lo scrittore in esilio che è un “essere retrospettivo e retroattivo”, non nel senso che sia immobile e stagnante, ma nel senso che lo scrittore in esilio tende a vivere e scrivere del mondo che si è lasciato alle spalle. Questa condizione retrospettiva fa sì che lo scrittore in esilio aneli alle moltitudini che si è lasciato alle spalle, da cui avrebbe voluto essere letto. Ecco perché Brodsky adotta la lingua inglese, per ricostruirsi un pubblico e avere un significato. Il meccanismo retrospettivo si attua quando scatta il meccanismo di estraneità, quando si colgono nella realtà circostante gli elementi di diversità dal passato. Alla base di questo meccanismo cita Dante, Ovidio e Joyce.

Giovedì 21 marzo 2002

The condition we call exile (Brodsky)

Brodsky è un poeta, quindi le sue concatenazioni mentali seguono il filo della metafora, anche nella prosa. Afferma che lo scrittore in esilio è un essere retroattivo e retrospettivo, e come antecedenti storici cita Ovidio, Dante e Joyce. I tre scrittori citati rappresentano la figura tipica del poeta esiliato in contesti storici fondamentali: Ovidio è il poeta che è esiliato dal centro assoluto alla periferia assoluta, da Roma a Tomi, odierna Costanza, in Romania sul Mar Nero. L’esilio a Tomi equivale ad esiliare il poeta più in voga a Roma in una landa desolata, perché in quelle zone non vi erano civiltà sviluppate, mentre i confini a Sud dell’Impero erano popolati da civiltà come quelle medio orientali o greche.

Tristia (Ovidio)

Già dal titolo si capisce come Ovidio ritenga la condizione d’esilio, che rappresenta soprattutto un isolamento linguistico. Ovidio sente molto l’impossibilità di esprimersi linguisticamente, che corrisponde ad una perdita dell’identità. Nel suo esilio il poeta rimpiange il fatto di non poter usare la lingua di Roma, ma dall’altro lato tenta d’imparare la lingua locale, quella dei Geti. L’esilio è visto in primo luogo com’esilio linguistico, il che comporta che il poeta esiliato viva non nel presente e nel luogo attuale, ma nel passato e nel luogo lasciato (PLACE – DISPLACEMENT). Ovidio è un poeta retroattivo e retrospettivo che allontana il presente. In questa condizione si può appoggiare solo alla sua capacità di scrittura, facoltà che l’esilio non ha potuto togliergli.

Joyce

Joyce lascia Dublino nel 1914, per non farne più ritorno. Lascia l’Irlanda perché sente di doversi autoesiliare dalla sua patria. L’esilio è volontario ma non per questo subito come meno costringente, anzi è sentito come forzato perché Joyce non ritiene di poter scrivere a Dublino, nonostante scriva sempre di Dublino. Il paradosso è quello dell’odio / amore per il luogo natale. Joyce ritiene Dublino il centro della “paralisi”, una pozza stagnante, il luogo dove le energie degli irlandesi sono soffocate. Joyce si pone nella condizione d’esiliato per guardare retrospettivamente al suo luogo d’origine.

Esiste un altro senso per cui Joyce considera l’esilio necessario: lasciando Dublino lascia quella che lui sente come terra occupata e sfruttata dall’Impero Britannico. Quest’aspetto è evidente nell’opera “The Dead”, tutta incentrata sulla tragedia dell’Irlanda che vorrebbe liberarsi dall’Inghilterra ma non ne ha la forza (o la capacità).

Secondo Brodsky lo scrittore in esilio tende a scrivere con elementi linguistici che gli vengono dal suo passato, questo più dello scrittore non in esilio, perché nell’esiliato è inevitabilmente in agguato il meccanismo retrospettivo. Questo accede ogni volta che la coscienza dello scrittore coglie nella realtà circostante un punto di estraneità. Questo meccanismo è inconscio e appartiene non solo allo scrittore ma all’uomo in generale. Non è però un tentativo di tornare al passato, quanto il desiderio di guardare il presente, o il futuro, o la morte.

L’esilio diventa per Brodsky condizione paradigmatica esemplare per lo scrittore. Lo scrittore è il libro che scrive. Il poeta è destinato a diventare un libro sullo scaffale. Brodsky riprende un’antichissima metafora, per cui l’uomo è un libro su cui Dio ha scritto la sua grande opera, e la applica a se stesso e all’umanità. In sostanza afferma che lo scrittore esiliato sente in maniera più forte quello che sarà il suo destino, essere un libro su uno scaffale. La prospettiva ultima di morte non implica fatalismo o resa incondizionata alla vita, ma presa di coscienza di un’altra verità collegata alla “condizione che chiamiamo esilio”: l’esilio imprime una forte accelerazione verso la condizione per cui tutto ciò che resta di un uomo è se stesso e la sua lingua (identità).

L’esilio è prima di tutto un evento linguistico, uno scrittore esule si ritrae dentro la sua madrelingua. Quello che era la spada dello scrittore diventa il suo scudo, ciò che era un legame con l’intimo diventa il destino. L’importanza del linguaggio è data dal fatto che la lingua non è solo la forma più alta d’identità, ma dal fatto che la letteratura si presenta come un dizionario della lingua che ci permette di catalogare le esperienze umane e di tramandarle, per rendere il cammino degli uomini “prossimi” più facile.

Brodsky ribalta la concezione classica dell’esilio, nella parte finale del saggio, sostenendo che l’esilio potrebbe non essere inteso solo nell’accezione classica, restrittivo e limitante, non è solo sofferenza, ma può e deve essere visto come una condizione che apre grandi prospettive. L’esilio offre la grande opportunità di non essere solo degli effetti ma di diventare causa. Brodsky si chiede se esilio è il termine esatto per descrivere uno scrittore costretto ad abbandonare il proprio paese; secondo lui “esilio” designa il momento della partenza o dell’espulsione, non considera l’esilio come una situazione statica, ma come principio di un moto o movimento.

Lo scrittore esule diventa l’involontaria personificazione del fatto che non basta l’aver lasciato un regime oppressivo per sentirsi liberi; un uomo liberato è semplicemente un uomo che ha cessato di essere prigioniero, e va distinto da un uomo libero; la liberazione è un mezzo per arrivare alla libertà, e non ne è sinonimo. L’esilio dell’uomo moderno va visto come condizione che libera energie e non come pianto continuo (Ovidio).

Fuga da Bisanzio (Brodsky)

I saggi “Figlio della civiltà” e “Per compiacere un’ombra” trattano di due grandi poeti, Mandelstam (russo) e W. H. Auden. Parlando di questi, Brodsky parla anche di sé e della condizione di esilio.

Il primo saggio si intitola così perché Mandelstam è un poeta russo che fonda la sua poesia sul concetto occidentale di civiltà. Questo saggio comincia ricordando che l’opera d’arte è una corsa verso il traguardo, il che introduce il concetto di morte. L’equiparazione morte / esilio torna nella constatazione per cui l’arte non costituisce una condizione migliore, ma alternativa. Un altro punto importante che Brodsky coglie in Mandelstam è il senso del tempo, che è sia un senso delle opere sia una presenza all’interno delle opere. In Mandelstam la ricerca del passato si attua spesso attraverso l’etimologia delle parole, secondo un procedimento che lo accomuna a Joyce. Per Brodsky, Mandelstam è una sorta di poeta dell’esilio, perché è rivolto al passato ed ai grandi poeti esiliati del passato. Nella poesia di Mandelstam degli anni ’20 ricorre il tema della poesia latina e del rapporto tra poeta ed impero (Ovidio /Roma – Mandelstam / URSS). Nella poesia “Tristia” il riferimento ad Ovidio è esplicito, e nell’opera si delinea il tema della contrapposizione poeta / impero. Un’altra poesia che lega Mandelstam al tema dell’esilio è …; Mandelstam fu un esiliato in patria, e Brodsky s’identifica con lui in molti punti: ebreo, di lingua russa, avversato dal regime, ma con la differenza che Mandelstam rimane in patria. L’esilio di Mandelstam è interno ma in termini psicologici è enorme; muore in Siberia al confine estremo dell’Impero Russo, e pur rimanendo all’interno dell’impero è mandato lontano dal centro, come Ovidio.

Venerdì 22 marzo 2002

Per compiacere un’ombra (Brodsky)

È solo apparentemente un saggio di tipo critico, in realtà è anche un saggio di riflessione sulla propria opera e su cosa significhi essere poeta. Il rapporto di Brodsky con Auden è molto complesso e si può definire come un rapporto figlio / padre. Brodsky guarda ad Auden come ad un padre lontano, già da quando era in Russia; si evince anche da altri saggi come Brodsky avesse presente Auden come un punto d’arrivo.

Brodsky viene in contatto con Auden nei primi anni ’60, attraverso delle antologie di letteratura inglese, quando il poeta inglese era già famoso. In questo periodo Brodsky sconterà un anno e mezzo ai lavori forzati nell’estremo nord. Lì gli fa compagnia un altro poeta dal quale riesce ad avere quell’antologia.

Certe affermazioni di questo saggio sono volutamente iperboliche ed estremizzate.

Il 4 giugno 1972 Brodsky lascia la Russia per andare in quello che pensava fosse un mondo migliore. Quarantotto ore dopo aver lasciato la Russia si trovava già a casa di Auden, in Austria. Auden, inglese, nel dopoguerra di autoesiliò in America, ma trascorreva le estati in Austria. Brodsky sottolinea continuamente la sua incapacità linguistica inglese, segno di sudditanza; Brodsky è tradotto e letto più all’estero che in patria, da qui la venerazione per la lingua inglese, anche se non sarà mai la sua lingua madre. Nei primi incontri con Auden Brodsky si limita ad ascoltare. Nel 1973 Auden muore, a 66 anni.

All’inizio, il saggio pone subito il problema del linguaggio e cita tra grandi autori antecedenti. Nel 1977 Brodsky comincia a scrivere in inglese, dopo cinque anni che vive negli USA, per “compiacere un’ombra”, vale a dire per riallacciare il legame con Auden.

Il “dialogo con il morto” è alla base della saggistica di Brodsky. Auden nelle sue poesie pone come fondamentale il problema del linguaggio nella società, così come Brodsky.

Sempre in questo saggio Brodsky cita il rapporto tempo / linguaggio, affermando che il linguaggio è l’unica cosa che si può opporre al tempo, modificandolo (Time worships language). L’idea che il tempo veneri il linguaggio è un’idea antica, e Brodsky afferma che se qualcuno venera qualcun altro, allora significa che si sente inferiore.

Brodsky traccia una relazione tra l’aspetto di Auden ed i suoi atti; secondo il russo nello sguardo di un artista si cerca la conferma di ciò che si è intravisto nell’opera. La verità assoluta che Brodsky sente nei versi di Auden è la verità dell’amore, non espresso in modi convenzionali, ma un amore di tipo universale, per l’umanità e le cose, un amore che va al di là del proprio oggetto.

Giovedì 11 aprile 2002

Walcott

“Mappa del nuovo mondo”

Esiste un “trait d’union” molto forte tra Brodsky e Walcott, come se ne deduce dalla prefazione.

Il mare e l’Oceano occupano un posto rilevante nella poesia di Walcott: il mare è identificabile con quello dei Caraibi, e punta al Mediterraneo. Nel poema epico di Walcott “Omeros”, il riferimento al poeta greco e soprattutto ad Ulisse è evidente. Il poema ha come tema i Caraibi, ed è scritto in terza rima, come la Divina Commedia.

Il poeta caraibico Glissant sottolineava come l’identità caraibica fosse “submarine”; vi è spesso il richiamo alla figura delle ossa depositate sul fondo del mare. Secondo Brodsky viene un momento in cui il centro “non tiene più” e ciò che fa sì che la civiltà non scompaia è la lingua e la periferia, il luogo dove “il mondo si decanta”. Il centro cambia prima e più in fretta, mentre la periferia conserva i tratti tradizionali (ad esempio le lingue romanze più vicine al latino sono in Romania ed in Portogallo, e non in Italia).

Walcott nasce a Saint Lucia, definita da Brodsky una “babele genetica”, che tuttavia ha per lingua l’inglese. Quest’isola è stata dominata nel tempo da coloni diversi ed è “passata di mano” tredici volte; ogni passaggio implicava un cambio di lingua ufficiale. L’isola era definita la “Elena del West”, come riferimento alla guerra di Troia. Così come i greci ed i Troiani, anche inglesi e francesi combatterono per quest’isola. Finalmente l’isola è “catturata” dagli inglesi, ma in realtà, al di là del passaggio ufficiale, gli abitanti rimangono fedeli al passato coloniale francese, e parlano il Patois, un dialetto locale d’origine francese.

Walcott non segue la via per il centro dell’Impero Coloniale, ma va negli Stati Uniti.

Nasce nel ’30 a Saint Lucia, rimane orfano di padre ad un anno, frequenta scuole inglesi e comincia a scrivere presto. Inizialmente si cimenta nella pittura. Nel ’48 esce il suo primo libro importante “25 poems”. Si dedica anche al teatro e, come per la pittura, questo si riflette in gran parte delle sue opere. Nel ’58 torna negli USA con una borsa di studio, per studiare le tecniche teatrali. Nel ’59 torna nei Caraibi e fonda il “Laboratorio Teatrale di Trinidad”, il primo delle Indie Occidentali. La sua carriera è caratterizzata da pubblicazioni importanti, diversi premi, insegnamento, e nel ’92 riceve il premio Nobel per la letteratura.

Walcott, da poeta, si descrive in modo diverso, si definisce “a red nigger”, un incrocio razziale, “who loves the sea, I had the sound colonial education, I have dutch, nigger and english in me”. Dice, inoltre, “io o non sono nessuno o sono una nazione”. Con “nessuno” si riferisce alla sua identità negata; “nazione” è un termine ironico, ed è inteso come “nazione dei Caraibi”, come interculturalità. Quando dice “io non sono nessuno” si riferisce anche ad Ulisse, l’”esiliato per forza”, il “grande viaggiatore”, che finisce per definirsi “nessuno”. In Walcott l’epica non è intesa nel senso coloniale, ma nel senso classico. Brodsky definisce la poesia di Walcott “adamitica”, nel senso che Walcott ed il suo mondo sono usciti da un paradiso terrestre, riferito alla conoscenza.

In chiusura del saggio Brodsky afferma che Walcott è il “cantore supremo” delle Indie Occidentali.

Mappa del nuovo mondo: “Mappa del nuovo mondo”

Dodici versi divisi in quattro “blocchi”, non rimati e di lunghezza irregolare (verso libero).

La mappa del nuovo mondo disegna un mondo di navi, di vele, di cielo e di mare, che però è anche il vecchio mondo. Il primo verso si apre con “end” e si chiude con “begin” (contrapposizione). Al centro dal verso ci sono “sentence” e “rain”, linguaggio ed elemento naturale. La vela richiama Omero.

La poesia si chiude sull’Odissea, sull’esule per eccellenza, Ulisse. Ulisse è esule in due sensi: il primo è quello ovvio del vagare per il Mediterraneo, ma è in esilio anche quando torna in patria, perché non lo riconoscono e non vuole farsi riconoscere; è, quindi, uno straniero in patria.

Giovedì 18 aprile 2002

A far cry from Africa

La prima “stanza” si chiude con due domande che mettono in discussione la statistica. È apparentemente descrittiva (veld, d’origine olandese, altipiani senza vegetazione dell’Africa). La tribù Kikuyu ci rimanda ai Mau Mau, che dal ’52 al ’56 diedero inizio ad una guerra civile molto sanguinosa in Kenya. Il poeta s’interroga sul fatto umano più che sulle statistiche e la politica.

La seconda “stanza” tocca il contrasto tra civiltà e bestialità (civilization / beast). L’uomo storicamente si distingue dalle bestie per la sua tendenza alla crudeltà, ed il poeta ironicamente vede questo come la strada verso la divinità. La frase “contracted by the dead” può significare “stipulato dagli antenati” oppure “ottenuta con i morti”.

La terza “stanza” è quella decisiva. Come dice Brodsky le opere di Walcott corrono verso la fine. Nel primo verso Walcott va dritto al punto, e non giustifica nessuna guerra, menzionando la guerra civile spagnola (1936), che fu un “banco di prova” della seconda guerra mondiale. La contrapposizione gorilla / superuomo ci riporta alle teorie sulla razza ariana e sull’inferiorità dei neri. Il poeta si sente a metà strada tra il gorilla ed il superuomo. Con “where shall I turn” s’intende un momento di scelta, cui il poeta non potrà dare una risposta, poiché impossibile. Walcott si trova ad un bivio e deve scegliere una strada, tra quella del piacere e quella della virtù (Ercole). Walcott si sente diviso dentro di sé, e ripresenta quel senso d’estraneità tipico dell’uomo moderno.

Il poeta, nei versi finali, si sente come qualcuno che ha un corpo e una lingua diversi, come chi deve scegliere tra i suoi antenati e la lingua che ama.

Ruins of a great house

Il titolo situa la poesia in un’ambientazione coloniale di splendore e decadenza. Il poeta gira per una grande villa coloniale in buona parte in rovina, visita questo luogo decaduto e la vista di questo posto, una volta prospero, genera una meditazione sul tempo che lentamente distrugge tutto (tradizione elegiaco – meditativa europea).

Ci si ricollega al tema dell’esilio come dislocazione spazio – temporale culturale. L’introduzione è di Browne (sec. XVII), scrittore di sermoni di riflessione sulla morte. Tutta la poesia è attraversata da questo senso di morte e di cenere. Nella poesia è citato J. Donne, contemporaneo di Browne, autore della famosa “For whom the bell tolls”. Walcott cita anche Hawkins, Raleigh (/ro:li/) e Drake, facendoci capire come la poesia sia un viaggio tra colonizzatori e colonizzati, ma anche tra presente e passato.

“Disjecta membra” sta per “cose sparse”, viene dall’Eneide, il grande poema imperiale su cui si fondò l’Impero Romano, e probabilmente anche i moderni imperi (vedi Colin Powell durante la guerra del Golfo).

La prima immagine è di una casa in polvere. La prima parte si chiude con l’immagine dell’odore di cedri morti che risveglia nel naso la lebbra dell’impero. Il succo del cedro era bevuto sulle navi inglesi fino al ‘700, per combattere certe malattie. Segue una citazione dall’inglese antico (ye = you). I versi seguenti toccano ancora passato e presente, vita e letteratura. Ancora l’immagine delle pietre (marmo), e la citazione di Faulkener, scrittore americano del sud che ci richiama il colonialismo.

Giovedì 02 maggio 2002

John Donne “For Whom the Bell Tolls”

John Donne è autore di poesie e sermoni sulla morte, nella seconda fase della sua vita.

La citazione latina all’inizio è una “moda” dei tempi, ed ha lo scopo di inserire l’opera in una continuità classica. Il discorso non è particolarmente religioso, ma riguarda tutta l’umanità. Molte frasi di questo testo sono riprese da Walcott nella sua poesia “Ruins of a Great House”; in questa Walcott chiude con dei puntini perché sottintende la continuazione.

Crusoe’s Island

L’idea dell’umanità com’entità collegata, è stata messa alla prova dall’idea dell’individualismo. Nell’individualismo la figura tipica è proprio Robinson Crusoe, che ci riporta di nuovo al tema dell’esilio. Crusoe è l’archetipo dell’individualista, del capitalista (in senso storico) e del colonizzatore.

“Robinson Crusoe” è la storia di un imprenditore colonizzatore suo malgrado, apparentemente, perché in realtà tutto il testo chiarisce che è quello il destino di Robinson. Defoe era puritano e quindi non credeva nella provvidenza e riteneva l’uomo completamente responsabile delle sue azioni. L’atteggiamento di Robinson è quello del puritano, riassunto nella famosa frase “God on our side”, il successo individuale è una prova del favore di Dio. Robinson non è toccato dalla solitudine, e più che subire una trasformazione psicologica o culturale cerca di riprodurre sull’isola il mondo che si è lasciato alle spalle; anche quando incontra l’indigeno stabilisce un rapporto che è una relazione colonizzatore – colonizzato, oppure padrone – servo.

Walcott è colpito dalla vicenda di Crusoe e ne prende ispirazione per la sua poesia, pronunciando un discorso legato anche alla morte del padre. Come sempre Walcott si basa molto sui concetti di PLACE e HISTORY. Facendo della lirica centrata su “I”, Walcott riesce straordinariamente a legarsi a PLACE e HISTORY. Tutti questi elementi sono contenuti nella prima delle tre parti di cui è composta la poesia.

Venerdì 03 maggio 2002

The schooner “Flight”

“Schooner” significa “goletta”, “flight”, in questo caso, sta per “fuga”. Esce nel 1979 e ci presenta l’altro aspetto di Walcott. “The Schooner Flight” è un poemetto narrativo, in cui c’è un protagonista, Shabine; questo nome ci viene presentato come il “patois for any red nigger”, è quindi un nick name.

Il poemetto descrive le avventure di Shabine a bordo della goletta, dopo aver abbandonato la famiglia. Si parla di un viaggio, inteso in senso allegorico. Miscelando realismo e surreale (magia, soprannaturale), quest’opera rientra nella tradizione del magic – realism centro – sudamericano.

Il poemetto è diviso in undici parti ed i titoli di queste anticipano il magico realismo del viaggio attraverso i Caraibi, fatto dall’interno, in altre parole fatto da un red nigger contaminato dagli europei e che scrive in una lingua europea. Altro punto importante è la vivacità narrativa, ma anche il linguaggio, un’interessante miscela di standard english e dialetto, sia per quanto riguarda i termini utilizzati, sia per la sintassi, come si evince già dal primo verso.

Le prime parole ci riportano ai Canterbury Tales, che cominciano quasi nello stesso modo (“When April shower…”).

Il viaggio è da sempre metafora della vita, e Walcott sceglie il viaggio in mare, vedendo la nave come microcosmo dove gli uomini si riuniscono. È evidente anche il parallelismo con “The Rime of the Ancient Mariner” di Coleridge. Alla fine della prima parte Walcott compara la nave con la poesia (vele = pagine, vento = parole).

Giovedì 23 maggio 2002

V.S. Naipaul

Naipaul nasce nel ’32 a Chaguanas, un piccolo villaggio vicino a Port of Spain, la città più importante di Trinidad; è d’origine indiana.

L’esilio è qualcosa di molto reale per Naipaul, nel senso che il nonno di Naipaul arriva dall’India per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, secondo quella formula chiamata “indenture labor”. Il padre di Naipaul è diviso chiaramente tra due culture, studia e diventa giornalista, e sarà una figura importante per la formazione di Naipaul. Il padre, di cultura indiana, parla e scrive in inglese a Trinidad, è, quindi, stretto fra tre culture: quella indiana, quella caraibica e quella inglese. Naipaul presenta caratteristiche molto simili al padre, ma è un po’ più distante dalla cultura indiana; è un po’ più inglese perché, piuttosto giovane (nel ’50), vince una borsa di studio che gli permette di andare a studiare ad Oxford. Nel ’53 ottiene la sua laurea dall’Università d’Oxford. Da allora Naipaul ha vissuto principalmente in Inghilterra, anche se si è dedicato intensamente a viaggi in tutto il mondo; non viaggi di piacere ma di conoscenza, di scoperta culturale.

Naipaul torna d Trinidad diverse volte, visita l’Africa, l’India, l’America settentrionale e tutti i Carabi. Questi viaggi sono dovuti al desiderio di scoprire quelle che lui definisce “areas of darkness”, in altre parole quelle zone d’oscurità che lo circondavano durante la sua crescita. Chaguanas era per lui una zona d’oscurità, perché non c’era una storia dietro a quel luogo. Anche l’Africa era un “area of darkness”, il luogo da cui proviene la maggior parte degli abitanti di Trinidad. Una terza zona è l’India; l’eredità indiana di Naipaul è tutt’altro che definita, e la sua educazione è una sorta di puzzle di cui non si riescono a far quadrare i pezzi.

Ciò che stimola lo scrittore è proprio questa mancanza di radici, questa mancanza d’identità. Naipaul non sopporta la povertà culturale di Trinidad, il suo asservimento ai colonizzatori; si sente alienato dalla civiltà indiana che non si può amalgamare con Trinidad e con l’Inghilterra per una differenza di lingua, religione e tradizioni. Anche il mito dell’Inghilterra è in gran parte un mito letterario e culturale. Gran parte delle pagine di Naipaul trattano una sensazione d’isolamento e solitudine, fino al ’61, quando esce il romanzo che gli dà fama, “House for Mr. Biswas”. Questo romanzo è incentrato su Mr. Biswas, personaggio che ricorda il padre di Naipaul.

Dal ’53 al ’61 furono anni difficili per Naipaul, e rimane costante fino ad oggi questo senso d’esilio permanente, dirà: “Siamo tutti un po’ stranieri a noi stessi”.

Venerdì 24 maggio 2002

Dopo i primi anni difficili, Naipaul arriva a lavorare come free lance journalist per la BBC, e scrive il suo primo romanzo, “The Mystic Masser”. Nel ’59 escono i racconti di “Miguel st.” e nel ’61 esce “House for Mr. Biswas”, un grande successo. Questo romanzo è ambientato a Trinidad, ed è un romanzo che ricrea la società indiana del luogo. Mr. Biswas è un personaggio d’origine indiana, di religione indù ed è chiaramente ispirato al padre di Naipaul. Mr. Biswas, uomo d’ambizioni, diventa giornalista e vuole costruirsi una vera casa. La casa diventa il simbolo di tutta l’esistenza, di un’identità che Mr. Biswas vuole raggiungere, che non è quella indiana ma quella della ricca famiglia della moglie. Uno dei figli vincerà una borsa di studio per l’Inghilterra. Questo figlio è diverso dagli altri e secondo certe credenze della società indiana è “segnato”, inoltre, porta sfortuna, questo per indicare una diversità che lo porta a lasciare Trinidad, per l’Inghilterra. Dopo lo straordinario successo di questo romanzo Naipaul continua a scrivere ma non più solo nel campo della “fiction” in senso stretto, privilegiando anche forme di scrittura come i “travel book”, il documentario, la ricerca storica e il “memoire” (una sorta di racconto autobiografico). Molto spesso i suoi libri contengono un po’ di tutte queste particolarità di scrittura. Questo si capisce già da “A way in the World”, composto da nove parti, di cui alcune sono definite “histories”, altre”unwritten stories”. Le opere di Naipaul sono quindi costantemente in bilico tra passato e presente, tra Europa – Carabi – Africa – India.

Il romanzo “The Enigma of Arrival” (1987) è un’opera che descrive una tenuta nel sud dell’Inghilterra, e racconta il passato coloniale, legato al luogo e alla famiglia del proprietario, il declino della famiglia e la fine di un mondo. Si tratta di un’opera molto simbolica e lo stesso titolo è il titolo di un quadro di De Chirico, il quale negli anni ’10 – ’20 dipinse diversi quadri intitolati “enigma ecc…”. Come spiega Naipaul, nel quadro di De Chirico si vede la vela di una grande nave che sta per arrivare in un porto. Per anni e anni Naipaul è colpito da questo quadro; Naipaul immagina che un viaggiatore scenda da quella nave e attraversi una porta che si vede nel quadro, ed entri un una grande città, e che per molto tempo il viaggiatore incontri molte persone e faccia tante esperienze. Ad un certo punto il viaggiatore sente una forte angoscia nella paura di non trovare la strada del ritorno; però riesce a tornare a quella porta, la apre, si ritrova sul molo, tutto è come prima, com’è stato disegnato il quadro, ma manca la nave, che se ne è andata, e il viaggiatore ha concluso la sua vita. L’enigma dell’arrivo è quindi l’enigma della vita, che non è solo l’andare avanti, ma anche l’angoscia di non poter tornare indietro.

Naipaul scrisse anche libri sui Carabi e due controversi libri sull’India, in cui ha vissuto un paio d’anni. Secondo alcuni critici Naipaul darebbe a volte un ritratto un po’ troppo forte e sarcastico delle culture extra europee, nei termini che piacciono agli europei. Sarebbe quindi considerato come uno scrittore non europeo che scrive per compiacere gli europei.

Nobel lecture

Si tratta di un discorso breve, sintetico, che contiene tutti gli argomenti utili per capire Naipaul.

Naipaul parte negando il valore della lettura bibliografica per spiegare l’autore. Naipaul non è molto d’accordo su questo, però dice: “Io sono la somma di tutti i miei libri”. Racconta quindi la sua storia e quella degli indiani di Trinidad, che negli anni ’30 si ritrovano vecchi, senza casa e senza lavoro.

Naipaul descrive il suo background come, da un lato, molto semplice, dall’altro, molto complesso. La semplicità deriva dalla privazione, non tanto fisica (povertà), ma soprattutto privazione di un’identità culturale (roots).

Naipaul nasce a Chaguanas, e scopre la provenienza di questo nome solo a 34 anni, quando si trova a Londra. Vuole scrivere una storia di Trinidad, una storia “umana”, vale a dire sulla gente di Trinidad. Si documenta in una biblioteca leggendo documenti spagnoli trascritti dal governo britannico intorno al 1890. I documenti cominciano intorno al 1530 e finiscono con la fine dell’Impero Spagnolo in quei luoghi (1797), quando l’isola passa agli inglesi. Nel corso della ricerca s’imbatte nella vicenda della ricerca dell’Eldorado (Sir Walter Ralegh). Naipaul trova una lettera datata 1625 del Re di Spagna al governatore di Trinidad, in cui il re chiede informazioni sugli abitanti di Chaguanas, definiti come dissidenti che aiutano gli inglesi e che vanno puniti; dopo di questo, Naipaul non ha mai trovato altri riferimenti sui Chaguanas, e lo scrittore si fa l’idea che questa popolazione sia scomparsa; infatti, nella stessa Trinidad non c’è memoria di Chaguanas, neanche nei racconti popolari. Quello che colpisce Naipaul è la mancanza totale di documenti, anche orali. Parlando degli aborigeni (indigeni), afferma che questi andavano, ogni tanto, verso la Guyana Inglese, per prendere qualche pianta o per fare dei doni rituali, per poi tornare a Trinidad; gli indiani come Naipaul avevano una vita basata sui rituali indiani, eppure erano incapaci di self – assessment (conoscenza di sé). In questo modo questi immigrati vivevano una vita “indiana” fuori dell’India, trasformando il luogo in un posto che non era l’India e neanche le Indie Occidentali.

Naipaul riesce a definire, con il senno di poi (adulto, scrittore), il mondo indiano dove è cresciuto come un mondo perduto e “imbalsamato”. Con questa metafora comincia il libro “A Way in the World”.

Naipaul ricorda che il mondo al di fuori esisteva “in una specie d’oscurità”. Ovviamente l’oscurità non è fisica, ma culturale, intellettuale. Per dare un’idea del suo background Naipaul ha dovuto basarsi su ciò che ha conosciuto più tardi, perché da bambino non sapeva quasi nulla, non sapeva da dove venisse.

Nella parte finale della Nobel lecture, Naipaul definisce i limiti dell’educazione coloniale, perché la conoscenza che poteva andare bene per un ragazzo europeo, era per lui inutile, perché non riguardava il suo background. Infatti, ciò che più lo interessava erano le fiabe, perché queste hanno un’origine così remota da essere comune a tutti. Da scrittore adulto, quelle aree d’oscurità diventano i suoi soggetti. Implicitamente dice ciò che molti scrittori Caraibici dicono: l’essere periferici, oggi, può diventare uno strumento di forza, perché dalla periferia si possono vedere le cose con più chiarezza, preservando e rivalutando le tradizioni del centro.

Così si capisce come il suo background sia così complesso: nulla da un lato, stratificazione culturale dall’altro. I suoi modelli letterari sono, secondo lui, scarsi. Dice di essersi dovuto muovere da solo, nonostante gli eccellenti studi, perché non ha modelli per ciò che voleva scrivere; si definisce, quindi, autodidatta.

Per procurarsi questa nuova educazione viaggia molto, andando fisicamente nei luoghi per arrivare alla sensazione vera della storia della colonia. Il suo scopo è sempre stato quello di riempire la sua mappa del mondo. Naipaul dice di non scrivere di luoghi come Germania o Cina perché non sono le sue “zone d’ombra”. È chiaro il riferimento a Conrad e alla sua attrazione per quelle macchie scure (blank) che apparivano sulle cartine dei tempi e che corrispondevano alle aree mai esplorate dai bianchi.

Giovedì 30 maggio 2002

A way in the World

È un’opera che racchiude fiction, history e autobiography (memoire, ricordi di vita vissuta). Il confine tra fiction e autobiography è difficile da tracciare.

Il libro è molto interessante per la prosa in cui è scritto: asciutta, magra, tirata; frasi brevi; un buon esercizio stilistico d’inglese. Gli argomenti ci portano al presente ed al passato (ricerca delle radici), sono tutti espressi sia in forma d’esperienze personali sia in forma d’incontri con persone molto diverse culturalmente, avvenuti in luoghi molto lontani uno dall’altro.

Il libro comincia con due brevi frasi, che racchiudono in sé il senso dell’esilio, da un lato, e, dall’altro, del NOSTOS (il viaggio archetipico alla base delle epiche). Per Naipaul il ritorno porta conoscenza ma anche consapevolezza di non ritornare verso un paradiso perduto, ma verso un mondo frammentario.

Nel preludio, il personaggio Leonard Side diventa il simbolo dell’abitante di Trinidad; un mix di cose apparentemente in contrasto, una sorta d’everyman, un personaggio rappresentativo. Naipaul chiude questa presentazione affermando che, ora, sarebbe in grado di spiegare il background suo o di Side, ricostruendo in qualche modo la storia di quella terra, un panorama di tipo storico. Ma ciò che non può spiegare è il mistero dell’eredità di Leonard Side, “non sempre siamo in grado di conoscere tutti i tratti che abbiamo ereditato, a volte siamo stranieri a noi stessi”.

Venerdì 31 maggio 2002

Non trattandosi di un romanzo tradizionale occorre leggere quest’opera in un’ottica diversa.

Il titolo indica direttamente due aspetti: way nel senso di strada e way nel senso di modo. Modo di vivere il mondo e le sue culture, strada che attraversa tutto il mondo, attraversamento sincronico ma anche diacronico, nel passato e nella storia delle culture.

Quest’opera tocca la storia, la politica, la cronaca, l’etica, le ideologie, l’arte: sono soggetti apparentemente neutri, ma temi come politica, cronaca e storia toccano tutti noi, poiché li viviamo e, nel caso del romanzo, sono piuttosto recenti.

In “A Way in the World” troviamo due brevi capitoli, uno d’apertura e uno di chiusura. L’ultimo capitolo s’intitola “Home Again” e si conclude con un cadavere, un certo Blair, un abitante di Trinidad più anziano di Naipaul il quale lo aveva conosciuto tempo addietro. Questo personaggio diventa un uomo di spicco nella lotta all’indipendenza delle West Indies, dopo la Seconda Guerra. Naipaul ritrova Blair in un paese africano, intorno al 1965, periodo in cui i conflitti coloniali erano molto forti. Blair, nero, è un intellettuale che gira il mondo per portare la sua esperienza politica ai nuovi stati post – coloniali. I due s’incontrano dopo circa venti anni e ognuno ha fatto la sua “way in the world”. L’incontro è breve perché i due capiscono di aver preso strade diverse, ma soprattutto perché Blair viene ucciso per motivi politici. Per molti anni Naipaul immagina un ritorno ufficiale della salma di Blair a Trinidad, con funerali di stato. In realtà il corpo fu imbalsamato in Africa e riportato nella camera ardente dove lavorava Leonard, personaggio del primo capitolo.

S’intuisce che il libro è solo apparentemente frammentario. In realtà, da un capitolo all’altro, tornano personaggi e luoghi, ma soprattutto torna l’”io” narrante, che è Naipaul stesso.

Se la lettura è semplice e accattivante, in realtà non è semplice collegare tutti i pezzi del libro, perché ci troviamo di fronte ad una concatenazione che non ci è familiare. Escono, dal libro, non i grandi rivoluzionari e i grandi politici, ma personaggi come Blair, Butler, Lebrun (gli ultimi due famosi leaders della black revolution), o personaggi “minori” di grande interesse storico e culturale (Foster Morris); “A Way in the World” fa emergere una storia “minore” che potremmo ricondurre ai tardo romantici: la storia è fatta anche dalle persone comuni o in ogni modo non di spicco. Questi personaggi rappresentano casi concreti d’uomini o donne di colore perennemente in esilio, in movimento. I due capitoli più interessanti per questo argomento sono “Passenger…” e “On the Run”. È toccante anche la storia di Phyllis, donna nera della Antille francesi. Alla fine di “On the Run” Naipaul si trova in un paese africano di lingua francese e conosce questa donna brillante; il fascino per Naipaul è che il francese (che lui ha studiato) viene associato ad una maggiore libertà e a Trinidad si pensava che nei Caraibi francesi gli uomini fossero più liberi e meno razzisti; Naipaul scopre che ciò non è vero. Phyllis cresce nelle Antille francesi, si reca a Parigi dove conosce un africano e lo sposa perché è ricco, nonostante lo detesti. In Africa la donna deve fuggire dallo stato del marito e si reca nello stato vicino, dove incontra Naipaul. Phyllis è l’esempio dello “rootlessness” tipico dell’uomo moderno: non si sente africana nonostante sia nera, abbia sposato un africano e viva in uno stato africano.

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